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Questo articolo è stato pubblicato il 15 aprile 2012 alle ore 14:26.
L'ultima modifica è del 15 aprile 2012 alle ore 15:10.

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Dicono i sondaggi, più o meno unanimi, che il movimento di Beppe Grillo otterrebbe oggi, in caso di elezioni, circa il 7 per cento dei voti. Pochi mesi fa era visto poco al di sopra del 4 per cento. Una progressione niente male che si alimenta della crescente tendenza all'astensionismo, nonché del disprezzo diffuso verso la politica tradizionale, senza peraltro incrinare il consenso raccolto a sua volta dalla lista Di Pietro.

Cosa vuol dire? Che la crisi economica, con i suoi drammatici riflessi sociali, sta modificando alla radice il rapporto fra l'opinione pubblica e la sua proiezione politica.
Un Parlamento, il prossimo, in cui il partito di Grillo dovesse entrare con il 7-8 per cento dei suffragi ha buone probabilità di diventare un Parlamento ingovernabile, con il rischio concreto di accelerare il collasso del sistema.
Si dirà che da oggi alla primavera del 2013 c'è quasi un anno di tempo, per cui i soggetti politici sapranno recuperare il consenso perduto. E' una speranza, certo, ma molto vaga. Allo stato delle cose, i maggiori partiti (Pdl e Pd in primo luogo) sono impegnati soprattutto a tirare la coperta del governo Monti. Il che è legittimo, per certi aspetti, non non attenua, anzi accresce la sensazione che il fossato fra la società politica e lo stato d'animo delle persone si stia allargando.

Quello che manca è la capacità di trasmettere messaggi chiari e semplici agli italiani: messaggi in grado di ricostruire, mattone dopo mattone, un patrimonio di credibilità che al momento è ridotto in macerie. Nel loro complesso, le forse politiche sembrano non cogliere questa urgenza. E' qualcosa che tocca la simbologia dei gesti, e richiede quindi una sensibilità particolare nei confronti dei cittadini che vivono quotidiane difficoltà. Come è noto, in politica il tempismo è importante, come pure un certo senso dell'opportunità.

La riforma del finanziamento dei partiti era (e sarebbe ancora) un'eccellente occasione per inviare all'opinione pubblica un messaggio semplice e limpido, nel segno di un rinnovato sentimento civico. Ma l'occasione rischia di essere perduta, con effetti che non saranno positivi.
Non ci vuole molta fantasia per comprendere perchè. L'accordo a tre (Alfano, Bersani, Casini) dei giorni scorsi è fondato su maggiori controlli nell'uso del denaro pubblico. La parola magica è «trasparenza». E non c'è dubbio, dopo gli incredibili scandali Lusi e Belsito, che rendere un po' più trasparente ciò che è limaccioso rappresenta un passo avanti. Ma non risolve il problema. Primo, perchè le segreterie ancora una volta hanno agito "obtorto collo" quando lo scandalo era esploso per iniziativa giudiziaria. Su questa strada non si guadagna credibilità, al massimo si tampona la crisi.

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