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Questo articolo è stato pubblicato il 18 aprile 2012 alle ore 18:01.

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Pare più in gamba di quanto le cronache abbiano finora raccontato Kevin Systrom, uno dei fondatori di Instagram, l'applicazione che crea foto antiche e d'atmosfera, startup di 13 dipendenti nata due anni fa ora comprata da Facebook. Il fondatore ventinovenne che ha festeggiato l'accordo con un megaparty documentato dal Daily Mail avrebbe concluso l'affare dopo tre giorni di trattative con Mark Zuckerberg, chiedendo due miliardi di dollari per strapparne uno, scrive oggi il Wall Street Journal; tutto all'insaputa degli altri soci di Mister Facebook, società che fra un mese si quoterà a Wall Street per 100 miliardi di dollari.

Nell'intervista con il Financial Times, Systrom, a cui anche Le Monde ha dedicato un profilo in prima pagina, paragona il suo software, che in poco tempo ha conquistato 30 milioni di utenti, alla ricetta di un grande chef. Perché soddisfa due bisogni, uno fisico (la fame), l'altro estetico, la voglia di vedere un piatto presentato in modo da soddisfare anche gli occhi. «Il cibo è importante per capire la mia idea di tecnologia» dice. Come tanti giovani imprenditori prima e dopo di lui, Systrom sfama gli affamati nella Rete che attraverso le foto di seppia hanno scoperto quanto sia bello e necessario far foto del lago, del figlio, del cane, del bar sotto casa: i filtri rendono tutto particolare, danno l'idea dell'unicità, una resa artistica che sfugge alla quotidianità. Non a caso Ft definisce Systrom l'esteta della Silicon Valley. Il ragazzo che si è chiuso per tre giorni nella casa di Zuckerberg a Palo Alto nasce a Boston dove coltiva e abbandona già a 18 anni la passione per l'arte a favore dei più pragmatici studi in managment a Stanford. Un tipo con un temperamento artistico poco diffuso fra gli informatici della California, almeno secondo i cliché perpetrati fin qua. Uno che mette nella wish list del suo compleanno un raffinato servizio di ceramica.

Nonostante si definisca un «math nerd» (uno di quelli con i pantaloni troppo corti e gli occhiali e le polo fuoritempo), Systrom sembra riprodurre lo stereotipo delll'artistoide rétro: non solo perché è affascinato da piatti e caraffe, non ha mai studiato informatica, ha bisogno di dormire almeno otto ore («questo è un problema per uno che fa l'imprenditore» ammette), vuole tempo per amici e fidanzata. Non insomma un workhaolic né lo Zuckerberg disadattato descritto nel film The Social Network. Dicono invece gli amici che l'enfant prodige del momento si sofferma sui dettagli, «prende tempo non solo per annusare una rosa ma anche per analizzarla in tutte le sue componenti»; la sua insegnante racconta che nel corso intensivo di nove mesi per fare l'imprenditore, Systrom si dedica a un saggio su Donatello e Michelangelo.

Naturalmente, però, dietro Instagram ci sono anni di lavoro nel settore: Systom inizia a Google, dove si occupa del marketing di Gmail; passa poi a NextStop, sito di viaggi dove impara a programmare; fonda infine Burburn, applicazione simile a Foursquare che non porta a nulla ma all'intuizione: alla gente piace postare foto in particolare sui social network «quando lavoravamo al progetto - dice Systrom in un'intervista al Time - pensavamo che condividere foto fosse un'idea già morta, per nulla eccitante, è stato quando l'abbiamo agganciata al social network che ha attratto utenti e investitori». Instagram non sarà l'ultima idea dell'ultimo trentenne prodigio, concludono quelli che lo conoscono, i quali aggiungono che il ragazzo è un arrogante, troppo sicuro di sé e non ha paura di pensarla in modo diverso dagli altri; ma questo, a ben vedere, non lo distingue dai Jobs e i Gates prima di lui.

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