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Questo articolo è stato pubblicato il 25 aprile 2012 alle ore 07:10.
L'ultima modifica è del 25 aprile 2012 alle ore 08:54.
Il decreto appena convertito regolamenta molte questioni specifiche, oserei dire di dettaglio, secondo una tendenza diffusa nel nostro paese, e persino sistematizzata dagli studiosi della disciplina in cui meglio si inquadra la tassazione. Cioè il diritto amministrativo, che ha elaborato da tempo la categoria dell'"amministrazione per legge"; che è il minimo possa capitare in un ambiente di malinteso e deresponsabilizzato "governo della legge", dove ancora si parla di "indisponibilità del credito tributario". Tante questioni potevano infatti essere risolte in via amministrativa, senza essere portati all'attenzione dei rappresentanti del popolo. Eppure "amministrare per legge" soddisfa alcune convenienze della politica, che si saldano con alcune convenienze dell'amministrazione.
L'opinione pubblica si aspetta troppo dal legislatore, come una sorta di moderno re taumaturgo che guariva le malattie imponendo le mani. La politica deve quindi soddisfare le aspettative di un'opinione pubblica che sopravvaluta il potere del legislatore, come avesse la bacchetta magica. E potesse garantire semplificazioni, razionalizzazioni, crescita, contrasto all'evasione. La politica non se la sente di deludere queste aspettative, ed elabora qualche disposizione da enunciare in conferenza stampa, per interpretare il proprio ruolo in una specie di gioco delle parti. Questo intento si salda con quello delle istituzioni amministrative, ben liete di "farsi risolvere" con disposizioni legislative alcune delle innumerevoli grane che costituiscono la ricaduta della già indicata prassi di "amministrare per legge". C'è questo alla radice di alcune disposizioni di razionalizzazione del decreto fiscale, come quelle sui costi da reato, sulle cessioni di eccedenze infragruppo, sulle possibilità di pagamenti per contanti da parte di turisti stranieri (dei cui passaporti pare già che i portieri d'albergo stiano vendendo fotocopie ai negozianti). Tutte disposizioni di razionalizzazione, in genere correttissime e ispirate alla finalità istituzionale della tassazione, cioè la determinazione della ricchezza secondo i migliori compromessi tra semplicità, precisione, controllabilità e cautela fiscale. C'è da chiedersi però se servisse una legge per sancire che l'indeducibilità dei costi da reato riguardava solo i costi obiettivamente illeciti, lasciando impregiudicate le modalità illegali di sostenere costi di per sé leciti, dalla manodopera alle materie prime. È una tendenza comprensibile, e comoda nell'immediato. Solo che usare la legge successiva per sanare problemi creati da leggi precedenti crea un circolo vizioso. Non è tanto per la moltiplicazione delle leggi, quanto per la paura di esporsi, che ingessa i nostri apparati pubblici. Perché il vero problema è l'atteggiamento deresponsabilizzato e immobilistico verso la legge, temendo le obiezioni alimentate da questa giungla di legalismo paralizzante, che è il vero ostacolo alla crescita.
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