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Questo articolo è stato pubblicato il 26 aprile 2012 alle ore 08:25.
L'ultima modifica è del 26 aprile 2012 alle ore 08:25.
Sergio Fabbrini è professore di Scienza Politica e Direttore della Luiss School of Government. Con questo articolo inizia la collaborazione con Il Sole 24 Ore
Il Governo Monti rappresenta una parentesi oppure un punto di non ritorno nella vicenda della democrazia italiana? Al di là di meriti ed errori dell'attuale esecutivo, la preliminare divisione che vi è oggi nella politica italiana riguarda la risposta a questa domanda, prima ancora che la frattura tra centro-destra e centro-sinistra. È la divisione tra chi, nella classe politica, vuole lasciare le cose come stanno e chi avverte che le cose debbano cambiare. Vediamo meglio.
Per buona parte della attuale classe politica, e per il variegato sistema dei micro-interessi funzionali ad essa collegato, il Governo Monti costituisce un'esperienza giustificabile solamente dalle condizioni di eccezionale crisi finanziaria in cui il Paese si era trovato nello scorso autunno, un'esperienza da superare appena quelle condizioni verranno normalizzate. Tant'è che, nell'apparente inconsapevolezza delle ragioni strutturali che condussero alla formazione del Governo Monti, i partiti hanno ripreso a manovrare sul campo elettorale come se nulla fosse avvenuto.
La loro reazione alla sfiducia diffusa tra i cittadini nei loro confronti (secondo i dati riportati sul Sole 24 Ore da Roberto D'Alimonte il 21 aprile scorso, ben 6 elettori su 10 non sanno per chi votare) sembra avere queste caratteristiche: se le cose non hanno funzionato prima, e continuano a peggiorare ora, allora occorre inventarsi un nuovo nome per il proprio partito, individuare qualche faccia nuova che possa attrarre gli elettori, trovare la parola magica per un marketing di successo del nuovo partito-prodotto. Tale reazione conferma l'impoverimento mediatico della democrazia italiana: quando la politica si sostanzia solamente in comunicazione, il risultato è una repubblica dell'immagine, una democrazia senza contenuti. Certamente in politica la comunicazione conta, ma conta in quanto deve rendere comprensibile a un largo pubblico la qualità sia di un progetto politico che del gruppo di individui che vogliono realizzarlo.
Secondo questa prospettiva interpretativa della crisi italiana, insomma, il dopo-Governo Monti non dovrà essere molto diverso dal periodo che lo ha preceduto. I vecchi partiti dovranno darsi una ripulitina, qualche faccia più o meno nuova potrà essere messa sui simboli elettorali, qualche scomposizione e ricomposizione all'interno dei vecchi-nuovi partiti dovrà attivarsi. Ma nulla di più. Se così sarà, allora il declino (economico e politico) dell'Italia si accentuerà. Tuttavia, anche se minoritaria, vi è però una parte della classe politica italiana che intuisce, invece, che nulla può essere più come prima, gli elettori sceglieranno chi ci dovrà governare, questo richiede la democrazia, ma dovranno fare la loro scelta sulla base di condizioni radicalmente nuove. Questa opinione, minoritaria in politica, è comunque maggioritaria nell'opinione pubblica del Paese.
Vi è una consapevolezza comune, infatti, che non può essere sufficiente una riverniciatura del sistema partitico per riattivare il ciclo virtuoso della crescita economica, che la politica dell'immagine può essere utile (forse) a conquistare qualche voto ma non (di sicuro) a risolvere i problemi del declino italiano.Per risolvere quei problemi, occorre adottare un nuovo modo di pensare. Al paradigma dell'introversione occorre opporre quello dell'europeizzazione. Che cosa vuol dire? Tre cose, almeno.
Primo. La politica italiana deve abbondonare definitivamente il suo provincialismo. Essa deve riconoscere che l'Italia è uno stato membro dell'Unione Europea e non più uno stato nazionale indipendente, che la capacità del Paese di risolvere i suoi problemi interni dipende largamente dalla sua influenza esterna, che l'interdipendenza e la complessità tra le politiche pubbliche tra i vari stati membri ha modificato in modo sostanziale la natura e il ruolo dell'azione politica all'interno di ognuno di essi. Qui risiedono le ragioni strutturali che hanno portato alla formazione del Governo Monti. Tutt'altro che una parentesi, la formazione indiretta di quel governo è la testimonianza del fallimento dell'intero sistema dei partiti emerso con gli anni Novanta del secolo scorso. Nessuno di loro avrebbe potuto garantire una governabilità dell'Italia accettabile dal sistema politico europeo nelle condizioni della crisi. Il distacco dei cittadini dai costituisce un atto d'accusa nei confronti di una classe politica che non ha saputo affrontare e risolvere i problemi del Paese.
Secondo. La politica italiana deve abbandonare definitivamente la sua eccentricità. Il nostro sistema di partito deve diventare coerente con la logica che informa il funzionamento della politica europea. Le regole istituzionali e gli orientamenti culturali debbono portare l'Italia a dotarsi di un sistema di partito europeo. Non si tratta di trovare nuovi nomi, di inventare nuove formule per il marketing, di rincorrere l'ultima proposta pubblicitaria. Si tratta, piuttosto, di favorire la formazione di due partiti a vocazione maggioritaria, sia sul centro-destra che sul centro-sinistra, in grado di integrarsi a pieno titolo all'interno delle due principali famiglie partitiche europee. L'anomalia italiana rappresentata da una destra populista, da una sinistra oligarchica e da un centro indefinito ci ha fatto pagare un costo altissimo in termini di influenza politica in Europa, in particolare nelle istituzioni in cui si prendono decisioni. Basti pensare alla confusione della nostra rappresentanza nel Parlamento europeo: con parlamentari del centro-destra che, divisi nel Parlamento nazionale, fanno parte dello stesso partito nel Parlamento europeo oppure con parlamentari del centro-sinistra che, uniti nel Parlamento italiano, sono stati a lungo divisi nel Parlamento europeo. Se è vero che il Parlamento europeo conta sempre di più nel processo comunitario (in particolare nel campo delle politiche relative al mercato comune), è facile capire perché l'influenza dei rappresentanti italiani all'interno di quella istituzione sia stata e continui ad essere irrilevante.
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