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Questo articolo è stato pubblicato il 26 aprile 2012 alle ore 08:14.
L'ultima modifica è del 26 aprile 2012 alle ore 08:34.

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È stato un 25 aprile in cui i temi domestici si sono mescolati alla questione europea come mai in passato. Si sono udite tre voci, distinte nei loro ambiti istituzionali, ma convergenti sui punti essenziali: Giorgio Napolitano, il premier Monti e il presidente della Bce, Mario Draghi. Vediamo la sostanza delle cose dette.

Il presidente della Repubblica ha richiamato i partiti all'esigenza di garantire la stabilità interna e al tempo stesso di impiegare il tempo di qui alla fine della legislatura, cioè meno di un anno, per rispondere in modo efficace al malessere del paese, attraverso il rinnovamento della proposta politica e, se possibile, le riforme. L'inquietudine del capo dello Stato per il dilagare degli istinti demagogici nel dibattito pubblico è evidente, ma la cosiddetta "anti-politica" si sconfigge solo con scelte convincenti. Con la tanto invocata "buona politica", di cui si sono viste scarse tracce negli ultimi mesi. A quanto sembra il Quirinale ritiene che i partiti tradizionali stiano perdendo tempo e che tali ritardi, nella condizione sociale ed economica in cui si dibatte l'Italia, aprano sentieri imprevedibili alle forze anti-sistema.

Ne deriva che parlare di elezioni anticipate al solo scopo di favorire manovre tattiche è poco responsabile. Nessuno, peraltro, pensa seriamente che si voterà in autunno, tre o quattro mesi prima della scadenza naturale della legislatura. Ma Napolitano, infastidito dal cicaleccio, ha voluto, come suol dirsi, tagliare la testa al toro. La sua contrarietà al voto anticipato, manifestata senza ambiguità, dovrebbe chiudere la sterile discussione. In teoria, lo sappiamo, i partiti potrebbero ottenere lo scioglimento facendo cadere Monti. Ma il prezzo sarebbe troppo alto: vorrebbe dire, tra l'altro, regalare su un vassoio d'argento a Grillo una magnifica campagna elettorale.

Si capisce invece che il successo del governo Monti e dell'Europa nel promuovere la crescita economica rappresenta la sfida cruciale dei prossimi mesi. Se si vedrà qualche risultato concreto, le elezioni del 2013 potranno rappresentare una vittoria del sistema, garantendone la coesione. In caso contrario, il voto del prossimo anno potrebbe provocare una drammatica lacerazione del tessuto civile nel paese. Ecco allora che la stabilità interna va spesa al più presto sul tavolo europeo. La probabile elezione di Hollande in Francia rafforzerà il fronte di chi chiede - con l'Italia in prima fila - sensibili novità nella politica economica. Una richiesta rivolta, è ovvio, alla Germania. E non è un caso che ieri il governo tedesco abbia risposto a Mario Draghi, dichiarandosi d'accordo con la sua analisi: dove l'accento è sullo sviluppo, da ottenere con molto coraggio e con "riforme strutturali".

Proprio la prospettiva di un socialista all'Eliseo rafforza la posizione dell'Italia agli occhi di Angela Merkel. Il timore dell'isolamento a Berlino è secondo solo alla paura di ondate inflazionistiche nell'area della moneta unica. E l'attenzione con cui gli ambienti della cancelleria hanno commentato i giudizi di Napolitano circa gli sforzi insufficienti che l'Europa dedica alla crescita, la dice lunga sulla centralità italiana in questa fase. Mario Monti dispone quindi di un'ottima occasione per accelerare il passo del governo, anche nel rapporto con l'opinione pubblica. Si può discutere sul paragone storico un po' approssimativo fra la fase d'oggi e il biennio della Resistenza («dobbiamo essere uniti come ai tempi della Liberazione»): ma il richiamo alla determinazione collettiva nei prossimi mesi decisivi è da condividere.

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