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Questo articolo è stato pubblicato il 28 aprile 2012 alle ore 10:40.

Mario Draghi ha chiesto all'Europa di varare al più presto un «patto per la crescita», dopo quello fiscale faticosamente varato nei mesi scorsi e ha ribadito che le misure eccezionali a favore del sistema bancario europeo hanno evitato il disastro, ma non necessariamente andranno a beneficio dell'attività produttiva.
In effetti, i dati di questi giorni dipingono uno scenario sempre più preoccupante. Il Bollettino della Banca d'Italia indica che nel trimestre dicembre-febbraio i prestiti alle famiglie sono diminuiti in valore assoluto di 2 miliardi e quelli alle imprese di 16. Contemporaneamente, il portafoglio di titoli di Stato delle banche è aumentato di 63 miliardi, di cui 44 per nuovi acquisti. In altre parole, i prestiti eccezionali della Bce (che sono andati per 60 miliardi a banche italiane) non sono arrivati all'economia reale. È però sterile e tecnicamente sbagliato prendersela con le "cattive" banche che negano credito alle imprese per conseguire facili profitti finanziari. I dati riportati sono infatti la prova di squilibri finanziari profondi che vanno al di là del caso italiano e che finora l'Europa non ha affrontato in modo adeguato.
Il problema fondamentale è che in tutti i Paesi, e in particolare in quelli in cui le politiche di rigore sono vanificate dalla caduta del reddito, le sorti del settore pubblico e delle banche sono legate a doppio filo, in quanto i costi di finanziamento risentono nella stessa misura dell'impossibilità di ridurre gli spread.
E qui cominciano le dolenti note, perché le esigenze di fondi di banche e settore pubblico si scontrano con una crescente riduzione dei flussi internazionali, non solo in direzione dei Paesi di Eurolandia. La crisi ha fatto riemergere confini che sembravano scomparsi per sempre: gli scambi fra Paesi – anche all'interno dell'area dell'euro – si sono di colpo inariditi e hanno reso il mercato internazionale dei capitali una versione anemica di quello che eravamo abituati a conoscere.
Purtroppo, non si tratta solo di un fenomeno temporaneo. Le future esigenze finanziarie del settore pubblico, in un quadro macroeconomico ancora negativo, rischiano di peggiorare la situazione. Il Fondo monetario ha stimato nell'ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria quale sarà il volume di titoli pubblici che, considerata la probabile riduzione della domanda internazionale, gli investitori nazionali dovranno acquistare nel 2012. Il risultato è di 635 miliardi per i quattro grandi Paesi di Eurolandia, di cui 223 per l'Italia.
Con un reddito in flessione e un risparmio che lo segue a ruota, non è difficile prevedere che saranno le banche a doversene fare carico. Il che significa per le banche italiane un'ulteriore correzione vistosa di bilancio: a fine febbraio il loro portafoglio di titoli pubblici era di 282 miliardi, già più che doppio rispetto ai 114 di fine 2007.
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