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Questo articolo è stato pubblicato il 29 aprile 2012 alle ore 08:12.
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
La fuga rocambolesca di Chen Guangcheng, il dissidente cinese cieco che venerdì avrebbe trovato rifugio nell'Ambasciata americana di Pechino, rischia di mettere sotto tensione i rapporti diplomatici tra Cina e Stati Uniti.
«Abbiamo appreso da una fonte vicina allo stesso Chen Guangcheng che l'avvocato si trova attualmente sotto protezione americana, e che sono in corso negoziati di alto livello tra funzionari statunitensi e cinesi per discutere la sua situazione» riferisce un comunicato diffuso ieri sui internet da Bob Fu, presidente di China Aid, un'organizzazione per i diritti umani basata in Texas che sarebbe stata in contatto diretto con il dissidente fin dal momento della sua fuga.
Il condizionale è d'obbligo perché sulla vicenda di Chen sia le autorità cinesi che quelle americane per ora mantengono il massimo riserbo. D'altronde, si tratta di una patata bollente con cui sia Washington che Pechino rischiano di scottarsi le mani.
Per caso o per una precisa scelta strategica, l'avvocato da quasi due anni agli arresti domiciliari con l'accusa di aver svolto attività sovversiva ha scelto di darsela alla chetichella con un grande tempismo. Giusto la settimana prossima, infatti, è in programma il Dialogo Strategico ed Economico (il vertice annuale tra Cina e Stati Uniti) e per l'occasione arriveranno a Pechino il Segretario di Stato americano, Hillary Clinton, e il Segretario al Tesoro, Timothy Geithner.
È evidente che la presenza di un dissidente dentro l'Ambasciata americana sarebbe un fatto quantomeno imbarazzante sotto il profilo diplomatico. Per entrambe le superpotenze.
Ciononostante, i movimenti per i diritti umani che sostengono Chen sperano che la Casa Bianca non abbandoni l'avvocato al suo destino. «Considerata la grande popolarità di Chen, l'Amministrazione Obama deve sostenerlo con tutte le sue forze perché diversamente perderebbe ogni credibilità di paladina della libertà e dello stato di diritto» ha aggiunto ieri nel suo comunicato China Aid.
Per gli Stati Uniti non sarà una decisione facile da prendere, sebbene il movimento che sostiene Chen abbia già individuato una formula un po' ambigua che potrebbe consentire all'Ambasciata americana di proteggere il dissidente dalle ritorsioni cinesi senza prendere una posizione diplomaticamente scorretta.
Secondo quanto riferito da Hu Jia, un altro dissidente molto vicino a Chen che sostiene di averlo incontrato personalmente nelle ultime 72 ore, l'avvocato fuggiasco non avrebbe intenzione di chiedere asilo politico alle autorità statunitensi. «Chen si è rifugiato nell'Ambasciata americana solo per far sentire la sua voce e ottenere garanzie sulla sua futura sicurezza», ha dichiarato Hu Jia.
Chen Guangcheng è assurto agli onori delle cronache internazionali sei anni fa, dopo aver subìto una condanna a quattro anni di reclusione a seguito di una serie di battaglie legali intraprese nello Shandong (la sua provincia natale). Nella prima, aveva denunciato una serie di malefatte compiute da alcuni capi-villaggio che avevano speculato sulla vendita dei terreni edificabili. Nella seconda, quella che l'ha reso più famoso, aveva denunciato gli aborti forzati e le sterilizzazioni imposte alle donne dalle autorità pubbliche dello Shandong con lo scopo di ridurre l'elevato tasso di natalità. Ma il dissidente cieco non si era limitato ad alzare la voce per richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica internazionale sulla sistematica violazione operata nello Shandong su un diritto elementare come quello alla procreazione. Aveva cercato anche di promuovere un movimento di protesta organizzando una serie di manifestazioni in giro per la Cina. Troppo per Pechino che prima l'ha sbattuto in galera per quattro anni insieme ai delinquenti comuni. E poi, per impedirgli di continuare la sua battaglia per i diritti civili, l'ha confinato agli arresti domiciliari.
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