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Questo articolo è stato pubblicato il 01 maggio 2012 alle ore 10:29.
L'ultima modifica è del 01 maggio 2012 alle ore 06:35.

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Nei giorni trascorsi il dibattito sull'azione di governo si è spostato dalle riforme e dalle liberalizzazioni al riequilibrio delle finanze pubbliche e alla richiesta di varare provvedimenti di contenimento della spesa per consentire di ridurre il peso della tassazione.

Lo spostamento di enfasi nasce dalla preoccupazione che il forte innalzamento della pressione fiscale, se dovesse mantenersi sui nuovi livelli, potrebbe avere almeno tre effetti pericolosi. Innanzitutto, in una ottica di breve periodo, se i nuovi livelli di tassazione vengono percepiti come permanenti dalle famiglie, ne risentirebbe maggiormente la domanda aggregata aggravando una recessione già di per sé gravissima. Se invece questi incrementi venissero percepiti come transitori e dettati dall'urgenza - come di fatto è stato - di rispondere a una severa crisi di fiducia sul debito che poteva trasformarsi in crisi di panico, l'impatto sulla domanda sarà più contenuto.
Secondo, l'introduzione di nuove imposte o l'innalzamento di quelle esistenti crea il presupposto finanziario per ulteriori espansioni future di spesa che, una volta cristallizzate, diventano estremamente difficili da smantellare – un punto su cui torno più avanti.

Terzo, una elevata pressione fiscale ostacola a lungo andare l'efficacia della battaglia contro l'evasione fiscale. Quando il gravame della tassazione eccede determinati livelli l'incentivo a evadere o eludere diventa più forte. Per contenerlo occorre innalzare la repressione dell'evasione come sta facendo oggi l'Agenzia delle Entrate. Ma mentre l'incentivo a evadere si consolida nel tempo mano a mano che i contribuenti scovano nuove falle nell'azione di controllo, la forza di quest'ultima è probabile che tenda ad affievolirsi, non fosse altro perché lo sforzo che si sta chiedendo oggi agli esattori è per sua natura straordinario.
Un passo verso la riduzione della spesa e quindi il contenimento del peso della tassazione è stato compiuto ieri dal Governo che ha esaminato il documento sulla spending review preparato dal ministro Giarda. L'obiettivo, come recita il titolo - «Elementi per una revisione della spesa» - è di introdurre correttivi per raggiungere risparmi di spesa per circa 4 miliardi di euro nei prossimi mesi ed evitare così di dover ricorrere ad un aumento dell'Iva per garantire il pareggio di bilancio nel 2013.

Si tratta di un obiettivo minimalista, in assoluto e in relazione al peso che la spesa pubblica ha sull'economia italiana – oltre la metà del prodotto interno lordo, la stessa entità dei consumi delle famiglie per di più ancora in crescita nell'ultimo lustro di quasi tre punti percentuali di Pil. Eppure è bastato solo rivelare l'intenzione di procedere a tagliare la spesa di una serie di ministeri, tra cui Interni, Giustizia, Difesa, Istruzione ed Esteri, per provocare immediatamente una levata di scudi dei due maggiori partiti che sostengono il Governo: il veto del Pdl verso i tagli agli interni e quello del Partito Democratico verso i tagli alla scuola. Questa reazione nasce ovviamente da una caratteristica specifica della spesa pubblica: i vari capitoli di spesa differiscono enormemente riguardo ai gruppi sociali che ne beneficiano e questi a loro volta hanno diverse rappresentanze politiche.

Toccare un capitolo anziché un altro significa toccare maggiormente gli interessi di un gruppo sociale anziché di un altro e quindi la base di consenso di un partito anziché di un altro. Questo meccanismo spiega allo stesso tempo perché è così difficile ridurre la spesa e spiega anche perché invece è facile aumentarla. Spiega anche perché è difficile che politiche di riduzione della spesa vengano varate da governi con maggioranze politiche quando quelle stesse maggioranze sono divise al loro interno come è successo ai più recenti governi in Italia e quando, come accade in Italia, vi è una elevata frammentazione degli interessi, ognuno però con una rappresentanza politica.
Ma spiega anche perché è oggi prioritario che il Governo Monti adoperi il tempo che rimane a disposizione per varare programmi ambiziosi di riduzione della spesa e restituzione dei quattrini recuperati sotto forma di minori imposte ai contribuenti.

Questi programmi devono andare oltre la spending review per adottare misure che intacchino i meccanismi di formazione della spesa e di produzione dei servizi pubblici sottostanti che a loro volta originano nel funzionamento profondo della macchina statale. Per fare un esempio, in uno Stato imperniato sulle province come organizzazione dell'amministrazione del territorio, un aumento del numero delle province porta alla lievitazione della spesa non solo direttamente perché ci sono più province ma ancor di più perché occorre aprire un nuovo provveditorato agli studi, una nuova prefettura, eccetera, creando altri centri di spesa. Vibo Valentia non avrebbe oggi un provveditorato agli studi né una prefettura né una questura e neppure un'agenzia delle Entrate se non fosse diventata provincia.

La sfida che è oggi davanti alla nostra classe dirigente, e innanzitutto a questo Governo, è quella di pensare in grande su come ridisegnare l'offerta di beni pubblici rivisitando l'organizzazione dello Stato e sapendo che il suo peso sull'economia del Paese deve calare vistosamente. Gran parte dei guai dell'Italia nell'ultimo ventennio traggono origine da questo peso eccessivo e dalla scarsa qualità del servizio che quella spesa produce. È un'opera notevole che di norma esula dai doveri di un governo di emergenza; ma l'emergenza in Italia è la dimensione e l'inefficienza dello Stato e di questo problema i governi politici sono stati la causa anziché il rimedio. Attendersi da loro la soluzione come taluni protagonisti del passato sono tornati è proporre è seminare pericolose illusioni.

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