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Questo articolo è stato pubblicato il 01 maggio 2012 alle ore 10:26.
L'ultima modifica è del 01 maggio 2012 alle ore 06:37.

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Il governo di Monti è consapevole che le prossime scadenze saranno decisive per i destini dell'Unione. Si vota un po' dappertutto, fra politiche e amministrative, e l'Europa potrà cambiare volto: a cominciare dalla Francia. Certo, in Italia le elezioni di domenica sono parziali e non legislative.

Non avranno influenza diretta sull'esecutivo. Anzi, si può persino dire che Palazzo Chigi ne ricaverà qualche vantaggio. Se sono veri i sondaggi e le impressioni della vigilia, il centrodestra pagherà il prezzo più salato nelle varie città, mentre il centrosinistra avrà ragione di sorridere (purché il voto di protesta e l'astensione non vadano oltre i livelli di guardia).
Dopo i due turni del 6 e del 20 maggio, Berlusconi e Alfano avranno il problema di impedire che l'area del vecchio Pdl cominci a disgregarsi. Forse penseranno a «novità clamorose», come hanno già promesso, ma di sicuro non avranno motivo di mettere in pericolo Monti. Quanto a Bersani, il segretario del Pd ha fatto capire più volte di accettare l'approdo del voto politico nel 2013. Il che, oltretutto, è anche logico. Una vittoria nelle città rappresenta una spinta, un incoraggiamento, ma non giustifica un'accelerazione.

E poi c'è da riguadagnare terreno rispetto alla fatidica «anti-politica». Nemmeno questo traguardo è proibitivo, se si pensa che l'uomo del giorno, Beppe Grillo, è appena incorso in una «gaffe» non irrilevante a proposito della mafia. Che sarebbe migliore dei politici perché, a differenza di questi ultimi, non strangola le persone.
Monti ha poco da temere sul fronte delle forze politiche, salvo una costante azione di freno sul versante dei tagli alla spesa. Del resto, la ricognizione di Giarda è proiettata soprattutto nel medio termine, in vista di modifiche strutturali (quindi non di breve momento) nei meccanismi abnormi della macchina pubblica. La stessa imprevista nomina di un "commissario" ad hoc, Enrico Bondi, risponde a questa logica.

Dove il presidente del Consiglio è consapevole, e non da oggi, di poter prendere l'iniziativa è nel campo della politica europea. È lì che l'Italia gode di una preziosa centralità dovuta alle nuove circostanze. È senza dubbio improprio parlare di "asse" con la Germania, ma è vero che gli sviluppi in Francia permettono al governo di Roma d'inserirsi nel vecchio equilibrio franco-tedesco. Quell'equilibrio che la sera del 6 maggio sarà in briciole, se a prevalere sarà Hollande. La tortuosità della politica vuole che all'Italia faccia comodo il successo del candidato socialista, per la buona ragione che il ruolo di Roma acquista ben maggiore risalto agli occhi dei tedeschi.

Monti avrà così un certo margine per operare una triangolazione: fedele alleato di Berlino sulla questione del «fiscal compact», ma anche incisivo avvocato di una politica più espansiva e in grado al tempo stesso di offrire alla Francia una mediazione e quel tanto di pragmatismo a cui il nuovo presidente non potrà certo rinunciare. Per certi aspetti si potrebbero creare le condizioni per scelte europee più coerenti e coordinate, come pensano coloro che vedono gli «eurobond» oggi meno lontani di ieri.
In questi mesi è proprio in Europa che Monti ha saputo giocare al meglio le sue carte. Con il triangolo Berlino-Parigi-Roma, e la centralità che ne ricava, il premier avrà modo di continuare a farlo.

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