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Questo articolo è stato pubblicato il 03 maggio 2012 alle ore 16:48.

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Vedete un po' voi a che servono in questo povero Paese le pause di riflessione. Era sabato 14 aprile, nemmeno 20 giorni fa, quando il calcio scelse di fermarsi perché davanti alla morte di Morosini non aveva senso continuare. Ci farà bene, fu l'opinione generale espressa – e conclamata - dagli attori protagonisti e non (calciatori, allenatori, dirigenti, tifosi), queste sono le occasioni in cui da una tragedia può nascere un calcio migliore, una catarsi.

Detto fatto. Sette giorni più tardi si ricomincia. I primi a riprendersi la scena sono gli ultras, genoani nella fattispecie. Lo spogliarello a distanza cui sottopongono i loro giocatori sotto gli occhi di dirigenti, forze di polizia e, soprattutto, telespettatori di ogni ordine, grado e latitudine, non ha precedenti nella storia del nostro calcio.

Passa un'altra settimana. E scoppia a Udine da parte di giocatori e dirigenti della Lazio un parapiglia che di precedenti ne ha, per la verità. Ma che a due settimane di distanza da quella domenica di silenzio, di rispetto e di buoni propositi il suo effetto comunque lo fa.

Arriviamo così a ieri sera. Essendosi ormai coperti di gloria ultras, giocatori e dirigenti tocca alla categoria degli allenatori rispondere all'appello. Si immola Delio Rossi, con un inedito assoluto, l'aggressione tanto violenta quanto patetica di un tecnico verso un giocatore per quanto indisciplinato e villano. Un esperto in psicologia dello sport ci direbbe, con tutta probabilità, che questi sono i frutti avvelenati di una partita ogni tre giorni, di stress non compensati da un corretto periodo di smaltimento. Ed è certamente vero che rimetter mano a un calendario follemente ipercompresso sarebbe buono e giusto. Ma anche un'occhiatina alla legge Basaglia potrebbe non guastare.

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