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Questo articolo è stato pubblicato il 03 maggio 2012 alle ore 06:39.
La Lloyds Banking Group di Londra ha consigliato in un report confidenziale ai suoi clienti di vendere bonos spagnoli a 10 anni e di acquistare gli omologhi austriaci e finlandesi perché il risultato delle elezioni greche rinfocolerà la crisi dei debiti sovrani. Secondo i Lloyds nessun partito avrà una chiara maggioranza la sera di domenica 6 maggio.
Esagerazioni? Forse, ma intanto un ex comunista e un nazionalista stanno agitando i sonni dei due storici partiti greci, un tempo padroni assoluti del panorama politico, intercettando il vento dell'antipolitica provocata dalle dure misure di austerità che la Grecia deve adottare per rimanere nell'euro (il nuovo Esecutivo dovrà fare nuovi tagli da 11 miliardi per il 2013-14 entro giugno).
I due maggiori partiti, il socialista Pasok e il conservatore Nea Dimokratia, che si sono alternati al potere dalla caduta dei colonnelli nel 1974, sono intorno al 40% dei voti, quota minima per formare una coalizione pro salvataggio sebbene la legge elettorale greca assegni un premio di 50 seggi, su un totale di 300, alla formazione vincitrice. Evangelos Venizelos, leader Pasok, ieri ha evocato il rischio di uscita dall'euro.
I due leader anti-establishment, un economista di destra, Panos Kammenos («Abbiamo salari bulgari e prezzi di Bruxelles») e un avvocato di sinistra, Fotis Kouvelis («rinegoziare il piano di salvataggio») sono ideologicamente agli antipodi ma accomunati dal no all'austerità. Loro due insieme, Kammenos dei "Greci indipendenti" e Kouvelis della "Sinistra democratica" potrebbero incassare il 20% dei voti, rubandoli a conservatori e socialisti e rendendo ingovernabile il Paese. È la fine del bipartitismo dinastico greco.
I socialisti, che avevano il 45% dei voti nell'ottobre 2009, oggi sono al 17,8% mentre i conservatori contano sul 22,3%: troppo poco per vincere da soli e quindi costretti a rinnovare la loro coalizione.
Il crescente sostegno dei greci per i partiti anti-austerity è il segno di un malessere di un Paese che non si vuole più "turare il naso" ed è sempre più insofferente ad attuare i tagli alla spesa che la troika (Ue, Fmi, Bce) ha preteso in cambio dei prestiti. Nel fronte anti-austerity gli analisti includono il partito comunista Kke, la formazione di sinistra radicale Syriza e il gruppo neo-nazista Alba d'Oro. Ma tolti i due partiti principali, il Laos e la piccola formazione della Bakoyannis, Alleanza democratica, il resto è tutto contrario all'austerity e alla troika.
Sia Kammenos che Kouvelis affermano di volere che la Grecia rimanga nell'euro - come oltre il 70% degli elettori - ma entrambi chiedono di rinegoziare l'austerity. Il leader dei "Greci indipendenti", Kammenos, 46 anni, espulso da Nea Dimokratia a febbraio per essersi opposto all'ultimo salvataggio, vede dietro le politiche di austerità un tentativo tedesco di dominare l'Europa. Fantapolitica? Può darsi, ma i greci ci credono.
«I tedeschi stanno cercando di sottomettere il resto d'Europa e creare un quarto Reich economico», ha detto in un comizio a Distomo, un villaggio dove ci fu un massacro di civili da parte delle SS tedesche. Non solo. Kammenos, come la Bolivia, riduce d'ufficio il debito greco «effettivo» a soli 130 miliardi di euro, rispetto ai dati ufficiali di 360 miliardi di euro. Il resto, spiega, è gonfiato dai tassi da usura.
Il radicale di sinistra Kouvelis, 64 anni, chiede invece di cancellare il recente taglio dei salari minimi del 22% per i lavoratori del settore privato, e le privatizzazioni da 50 miliardi di euro. Cioè il cuore del piano.
Intanto il Governo di Lucas Papademos, sotto pressione, ha rinviato a dopo il voto l'impopolare salvataggio per 48 miliardi di euro delle banche elleniche. Per non parlare della sordina messa alla notizia dei compensi d'oro ai consulenti per lo swap greco per 40 milioni di euro - Lazard in pole, dopo Deutsche Bank e HSBC - mentre i greci stringono la cinghia nel quinto anno di recessione. Nelle urne greche si decide il destino dell'Eurozona.
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