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Questo articolo è stato pubblicato il 06 maggio 2012 alle ore 08:45.
L'ultima modifica è del 06 maggio 2012 alle ore 13:46.
Questo fine settimana sarà cruciale per il destino del l'Europa. Se è indubbio che la crisi ormai anche socialmente insopportabile ha messo a dura prova la democrazia in quasi tutti i Paesi d'Europa compreso il nostro, la vera democrazia, che lascia decidere ai cittadini il loro destino, è stata chiamata a un brusco risveglio, dapprima in Inghilterra, con le elezioni amministrative che – fatta eccezione per Londra – hanno punito il Governo in carica.
Nei prossimi giorni in Europa quattro elezioni contribuiranno a determinare in quale modo il rientro della politica nel l'attuale depressione economica potrà influenzare il suo futuro, impedendo che esso venga invece deciso dai mercati finanziari, dai loro speculatori, dal Leviatano tecnocratico delle banche centrali e dei tecnici, nonché dalla politica tedesca.
Senza dubbio la più importante votazione è quella che deciderà la nuova presidenza francese. Una vittoria del socialista François Hollande avrebbe effetti dirompenti. Non è un caso che la semplice prospettiva della sua vittoria abbia fatto cambiare il registro delle enunciazioni politiche da parte di tutti i più convinti assertori che l'unico modo di uscire dalla crisi era l'austerity e il rigore a favore della crescita. E così il presidente della Bce, Mario Draghi – aspramente criticato anche in una recente intervista dal premio Nobel Joseph Stiglitz per la sua tesi sulla fine dello Stato sociale europeo – ha improvvisamente dichiarato che l'aumento delle tasse è eccessivo e che bisogna prendere provvedimenti per la crescita. In questo si è mostrato d'accordo con l'altrettanto improvvisa esternazione di Angela Merkel, che ha parlato della necessità di prendere provvedimenti ulteriori sullo Stato sociale, riferendosi forse (ma questa potrebbe essere una malignità) a quello felicemente raggiunto in Germania, anche attraverso l'imposizione dell'austerità e del rigore agli altri Paesi europei. E di crescita nel modo più vago possibile parlano anche le nostre istituzioni nelle loro continue esposizioni mediatiche.
Tuttavia finora il Governo ha solamente aumentato di tre punti le tasse e sulla spesa non ha fatto quasi nulla, come è ben documentato dall'articolo Buone intenzioni e acqua fresca di Alesina e Giavazzi sul Corriere della Sera dello scorso 3 maggio. È improbabile peraltro che tutti i monetaristi, convinti sul rigore e l'austerity e l'orlo del baratro con cui ci hanno terrorizzato, facendo uscire di senno oltre misura sia la politica, con le sue derive populiste, sia le imprese e i lavoratori, ridotte le une a non avere la linfa vitale del credito e gli altri a perdere ogni diritto al lavoro, si siano improvvisamente convertiti.
Essi invece non hanno seguito né le critiche di Paul Krugman, né tantomeno quelle sopra indicate di Joseph Stiglitz, che hanno più volte chiaramente spiegato come l'austerità e il rigore portano la recessione ad avvitarsi su se stessa e a peggiorare. D'altra parte val la pena di ricordare che il maggior attacco ad una miope politica di austerity risale addirittura alla conversazione radiofonica alla Bbc del 4 gennaio 1933 tra John Maynard Keynes e sir Josiah Stamp, dove il primo sottolineava che «la verità fondamentale che non deve mai essere dimenticata è che la spesa di un uomo è il reddito di un altro uomo. (...) Chi si sveglia scoprendo che il suo reddito è stato decurtato o di esser stato licenziato in conseguenza di quel particolare taglio, è costretto a sua volta a tagliare la sua spesa, che lo voglia o meno». E così qualcun altro rimarrà senza reddito e senza lavoro, e «una volta che la caduta è iniziata è difficilissimo fermarla».
In conclusione, effettivamente l'elezione alla presidenza francese di Hollande, rimettendo in discussione l'asse Parigi-Berlino, potrebbe dare un nuovo vigore all'uscita dalla crisi, rivendicando il lato politicamente più nobile della cultura democratica europea.
Le elezioni in Grecia rimangono un'incognita, se effettivamente i due grandi partiti, il Nea Dimocratia e il Pasok dovranno fare i conti con i partiti minori e anti europei, in una situazione di miseria del Paese, che sta dando strani segnali in alcune città come Salonicco, dove gli acquisti quotidiani, dal cibo ai servizi, avvengono non in euro, ma con una nuova moneta, che prelude al ritorno della dracma. Questa alternativa dell'uscita della Grecia dall'euro potrebbe provocare un vero disastro, già ben individuato, non solo con una sorta di fine dell'Europa, ma anche di sconquasso del sistema finanziario globalizzato.
Le amministrative in molte importanti città italiane e quelle regionali in Renania - Nord Westfalia, il land tedesco più popoloso, costituiscono, ciascuna con caratteristiche sue proprie, un banco di prova della politica perpetrata dai governi dei due paesi. Tuttavia il nostro Paese, è governato da tecnici che godono di una larga maggioranza parlamentare, che però non si presenta alleata alle elezioni, sicché l'equivoco su cui si fonda questa situazione renderà difficile interpretarne i risultati, sotto il profilo della tenuta del governo, il cui unico provvedimento ad effetto è quello di perseverare senza criteri nei tagli, chiamando ad individuarli – essendo un governo tecnico – altri tecnici ad operare per lui, in una sorta di gioco della matrioska. Corruzione, evasione fiscale e riciclaggio sono mali che attanagliano la nostra economia, impedendole di crescere, ma finora nulla di concreto è stato proposto.
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