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Questo articolo è stato pubblicato il 09 maggio 2012 alle ore 16:13.
L'identikit del precario: prende 800 euro, è del Sud e ha 3 lavori - Fornero: con riforma rischio sommerso
Uno su 3 lavora nella pubblica amministrazione, prende di media non più di 836 euro netti al mese, abita al Sud e nella maggior parte dei casi non è laureato.
È questo l'identikit del precario messo a punto dalla Cgia di Mestre. Un esercito di oltre 3,3 milioni senza un contratto fisso e suddiviso in: dipendenti a termine involontari; dipendenti part time involontari; collaboratori che presentano contemporaneamente 3 vincoli di subordinazione: monocommittenza, utilizzo dei mezzi dell'azienda e imposizione dell'orario di lavoro;liberi professionisti e lavoratori in proprio, le cosiddette Partite Iva, che presentano in contemporanea 3 vincoli di subordinazione.
Per quanto riguarda il titolo di studio, quasi uno su due (per l'esattezza il 46% del totale) ha un diploma di scuola media superiore, il 39% circa ha concluso il percorso scolastico con il conseguimento della licenza media e solo il 15,1% è in possesso di una laurea. La più alta concentrazione di lavoratori precari italiani è nel Pubblico impiego. Infatti, nella scuola e nella sanità ne troviamo 514.814, nei servizi pubblici e in quelli sociali 477.299.
Se includiamo anche i 119.000 circa che sono occupati direttamente nella Pubblica amministrazione (Stato, Regioni, Enti locali, etc.), il 34% del totale dei precari italiani è alle dipendenze del Pubblico (praticamente uno su tre). Gli altri settori che registrano una forte presenza di questi lavoratori atipici sono il commercio (436.842), i servizi alle imprese (414.672) e gli alberghi ed i ristoranti (337.379).
A livello territoriale è il Sud che ne conta il numero maggiore. Se oltre 1.108.000 precari lavorano nel Mezzogiorno (pari al 35,18% del totale), le realtà più coinvolte, prendendo come riferimento l'incidenza percentuale di questi lavoratori sul totale degli occupati a livello regionale, sono la Calabria (21,2%), la Sardegna (20,4%), la Sicilia (19,9%) e la Puglia (19,8%).
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