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Questo articolo è stato pubblicato il 12 maggio 2012 alle ore 10:48.
Occorre la testa fredda quando si parla di Equitalia. Soprattutto se arrivano, come è accaduto a Legnano, volantini farneticanti firmati Br nelle sedi dell'agenzia delle Entrate, o se si manda un pacco bomba alla direzione di Roma, pur con poca polvere pirica e senza innesco: un folle avvertimento. O ancora, come è accaduto a Napoli, se la protesta esplode in atti violenti e incontrollati con scontri e feriti.
Il mestiere dell'esattore della tasse è ingrato per definizione, ma socialmente prezioso.
Il clima depressivo legato ai morsi della recessione porta a dimenticare l'origine di quel compito istituzionale: il recupero dell'evasione fiscale. In un Paese dove mancano all'appello 120 miliardi di tasse è la funzione principale per riequilibrare i conti e per ridare una base di equità sostanziale al bilancio dello Stato. E allo stesso contratto sociale tra cittadini.
C'è troppa emotività e troppa propaganda in queste ore sul tema di Equitalia.
Cominciamo dalla propaganda: i Comuni, soprattutto, stretti dall'impopolarità di nuove tasse come l'Imu, per la quale svolgono, per lo più, l'opera di "gabellieri" per conto dello Stato centrale, girano l'ondata di malcontento verso Equitalia. La parola d'ordine è: non la vogliamo più per la riscossione; creeremo agenzie locali per la "riscossione dolce" più attente alle conseguenze sociali dei propri atti istituzionali.
In realtà erano stati gli stessi Comuni nel 2011 a chiedere la proroga di un anno dei contratti di Equitalia (che di recuperi ne ha realizzati di ben più consistenti, fino a 12 miliardi nel 2011) che ora svolgerà il compito fino a fine anno, come prevede la legge. Dunque la disdetta ci sarebbe stata comunque. Quando le esattorie erano comunali si recuperava un miliardo l'anno, sì e no: più o meno il 3% di quanto veniva accertato come evasione a livello nazionale. Perché per un'azione efficace occorrono mezzi cospicui di indagine informatica e molto personale e motivazione. A Roma, che ora guida la "secessione", nel 2004 ad esempio era stato disposto un solo provvedimento esecutivo. Ed era lo standard.
Quanto alla riscossione "dolce" già ora gli stessi Comuni potrebbero girare a Equitalia solo le cartelle degli evasori "cattivi" scremando invece le situazioni più delicate socialmente e non dovute a comportamenti realmente fraudolenti. È vero che l'applicazione della legge impone un incremento dei tassi spesso stridente con le situazioni di obiettiva difficoltà: sulle cartelle esattoriali si applica un interesse che può arrivare fino al 9% se il contribuente non le paga entro 60 giorni (più gli interessi di mora del 5%), mentre se rispetta i tempi la maggiorazione è del 4,35% (il 4,65% lo versa l'ente creditore).
È il meccanismo di incrementi esponenziali che ha creato l'allarme sociale: se un imprenditore, ad esempio, non paga la cartella relativa all'Ires perché a corto di liquidità rischia di vedersela aumentare di quasi il 50% dopo soli 60 giorni. Una evidente distorsione cui ha fatto fronte una norma già prevista nella legge Salva Italia che tuttavia attende un decreto attuativo. È di tutta evidenza che chi lo deve redigere non può permettersi altri ritardi.
Che la riscossione sia attività da remunerare non è da discutere: vanno discussi i metodi e le quantità. Ed è per questo che il principio di gradualità nelle sanzioni già inserito nella delega fiscale appena approvata è sacrosanto. E va tradotto da assunto di principio a comportamenti reali. Ma certo non va dimenticato che prima, quando le agenzie di riscossione erano locali lo Stato "girava" ai Comuni, a fondo perduto, una dote annua di circa 500 milioni e, per giunta, remunerava l'accertato come fosse davvero riscosso (anche se in realtà non veniva recuperato un centesimo).
Quanto all'emotività è più che evidente. L'ondata di suicidi "per motivi economici" crea giusto scalpore e allarme sociale. Nonché un pericolosissimo clima adatto all'effetto imitazione. Equitalia diventa bersaglio emotivo di una rabbia indistinta generata dalla frustrazione, individuale e collettiva, indotta dalla crisi economica.
Ma è la crisi il nemico da battere non Equitalia. Si guarda al dito e non alla luna. Servono riforme e azioni concrete per la crescita a cominciare dallo sblocco dei pagamenti della Pa verso le imprese fornitrici. L'Italia è un Paese a secco; la liquidità è vitale per l'economia degli onesti. Solo l'evasione sa farne a meno.
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