
Il nuovo più incerto contro il passato più profondo. Il candidato dei Fratelli musulmani e quello di Hosni Mubarak si contenderanno il ballottaggio presidenziale in Egitto, a metà giugno. Non poteva andare peggio. Delle possibili opzioni fra i 13 candidati del primo turno non poteva essere trovata una coppia più polarizzante di questa: nuovo contro vecchio, appunto. E anche laici contro islamisti, civili contro militari, modelli di governo e di vita opposti.
Chiunque vincerà al ballottaggio del 16 e 17 giugno scontenterà l'altra metà dell'Egitto. I due trionfatori con ampio distacco sui terzi sono Mohammed Morsi, il leader di Libertà e giustizia, il braccio politico della Fratellanza; e Ahmed Shafik, ex pilota ed ex ministro dell'Aeronautica come Mubarak e da Mubarak scelto come suo ultimo premier poco prima che tutto crollasse. Cacciato democraticamente dalla folla di piazza Tahrir, il fantasma del vecchio raìs ritorna democraticamente con il voto popolare.
I profili dei due candidati finali spiegano quanto la Primavera egiziana rischi di scivolare in uno scontro civile, più di quanto già non fosse accaduto. Morsi non doveva essere il candidato; all'inizio i Fratelli musulmani non volevano nemmeno averne uno. Quando la Shura, il politburo islamista, prese in esame la partecipazione alle presidenziali, la metà dei suoi membri votò contro. Morsi non era nemmeno la prima scelta e per dare forza a un profilo piuttosto grigio ha fatto una campagna fondata sulla religione e sull'applicazione della legge islamica.
I comizi e gli interventi di Shafik erano invece contro l'Islam politico per «salvare l'Egitto dalle forze oscure», appunto Fratellanza e salafiti. Legge e ordine era il suo slogan più ripetuto e quando gli è stato chiesto se volesse modificare una dichiarazione encomiastica di Mubarak, ha risposto che per lui il dittatore resta sempre un modello da imitare. Mal consigliati dai loro leader, i copti cristiani, il 10% della popolazione, non hanno votato per il più moderato Amr Moussa ma compatti per Shafik: contribuendo come gli islamisti a dare un tono da guerra santa al ballottaggio di giugno.
I risultati quasi finali non sono precisissimi. A scrutinio quasi ultimato, secondo alcune versioni Morsi vince 30 a 22 su Shafik; per altri è un testa a testa: 25 a 23. Nei seggi del Cairo il margine è ancora più stretto. Ma quel che è certo è il loro passaggio al ballottaggio, la sconfitta dell'islamista moderato Aboul Fotouh, il fallimento di Amr Moussa (non più del 12%) e la travolgente rovina dei laici, della sinistra, di chi aveva iniziato tutto in piazza Tahrir. Incapaci di trovare un denominatore comune, hanno presentato quattro candidati, tre dei quali mediocri. L'unico ad aver fatto una dignitosa figura (20%) è stato il nasserista Hamdeen Sabahi.
Esperti, studiosi e giornalisti occidentali non hanno capito niente dell'Egitto. Non solo per aver pensato che Moussa e Fotouh sarebbero stati i grandi concorrenti: invece non sono mai stati in gara. Hanno dato peso ai giovani di piazza Tahrir, a ogni dichiarazione, a ogni loro mobilitazione per scoprire, ieri, che un egiziano su quattro ha scelto il candidato di Hosni Mubarak.
Il risultato finale è che centristi, sinistra, laici, moderati, il 16 giugno dovranno scegliere tra i Fratelli musulmani (che non sono quasi mai scesi in piazza Tahrir a sostenere una rivoluzione che non condividevano) e un generale d'aviazione, sosia minore del nemico che credevano di aver abbattuto.
Le organizzazioni politiche capaci di condurre una campagna elettorale democratica e di conquistare consenso sono sempre le solite. Da 60 anni: da una parte i militari e i nazional-democratici, il partito che resta di potere nonostante fosse stato dissolto; dall'altra i Fratelli musulmani. Gli altri potranno solo scegliere chi votare. Legge e ordine era lo slogan, non rivoluzione.
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