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Questo articolo è stato pubblicato il 02 giugno 2012 alle ore 09:25.
L'ultima modifica è del 02 giugno 2012 alle ore 11:28.

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La casa dell'euro brucia, l'incendio si è allargato dalla Grecia alla Spagna ma in giro continuano a non materializzarsi pompieri volonterosi né, soprattutto, affidabili. Abbondano invece gli sciacalli, quelli sì efficientissimi e sempre pronti a lucrare sulle disgrazie altrui. «Dissipate questa nebbia» ha invocato l'altro ieri Mario Draghi davanti all'Europarlamento. La struttura dell'unione monetaria, ha avvertito, è diventata «insostenibile». Parole forti ma parole al vento quelle del presidente della Bce? Di sicuro se per ora rimbalzano sulla nebbia, appunto, al riparo della quale i mercati attaccano i Paesi più deboli mentre i Governi che contano fanno "melina", troppo presi dai rispettivi interessi elettoral-nazionali e troppo poco da quelli europei, che pure da anni si transustanziano nei primi. La verità è che anche i supertecnici molto rispettati possono poco di fronte all'immaturità della politica, alle sue latitanze continuate che ormai rasentano l'aperta irresponsabilità.

Ieri l'ennesima giornata di passione per spread e Borse. Un venerdì nero che tra pessimi dati congiunturali – disoccupazione europea all'11%, record imbattuto dal 1999, produzione manifatturiera in calo da 10 mesi consecutivi e indice della fiducia sempre in discesa - ha visto accentuarsi ulteriormente le divaricazioni dentro l'euro. Perché i mercati scommettono contro la sua tenuta, non credono che uscirà integro da questa tempesta infinita. Di fronte alle crescenti divergenze nei rendimenti dei titoli sovrani, con il Bund ormai bene-rifugio remunerato quasi sotto zero mentre i BTp stanno al 5,9-6% e i Bonos spagnoli schizzano al 6,5% cioè a ridosso della fatidica soglia del 7% che espulse Grecia, Irlanda e Portogallo dal mercato costringendoli a battere cassa in Europa e all'Fmi, che cosa fa la politica europea, che poi oggi è quella tedesca? Ciarla e gira a vuoto. Anche se il gioco si sta facendo pericolosissimo.
Non solo perché il crollo dell'euro sarebbe un cataclisma di proporzioni incalcolabili per tutti, nessuno escluso: si parla di un costo di almeno mille miliardi, alcuni ipotizzano addirittura il doppio. Ma perché la sua caduta nell'Europa in recessione rischierebbe di avvitarsi sulle evidenti difficoltà della congiuntura americana e sul rallentamento delle economie emergenti. A riprova che la globalizzazione morde tutti senza eccezioni e che se l'Europa piange, nessuno riesce più a ridere. Né a Washington né a Pechino. In breve, sarebbe un disastro mondiale. Che non a caso allarma Barack Obama.

Eppure a Berlino, se non proprio la calma olimpica, prevale un'ansia molto controllata. Reazioni soppesate con il contagocce. Business as usual. E lo si può anche capire, visto che da mesi la Germania, grazie alla crisi, sta facendo affari d'oro: si rifinanzia sui mercati quasi gratis e fa shopping in l'Europa a prezzi stracciati drenando risorse e ricchezze dei Paesi in difficoltà. Fino a quando? «Berlino deve riflettere. Di questo passo, con questi differenziali nei tassi, non ci sarà più un mercato europeo per i prodotti tedeschi, perché gli altri non avranno i mezzi per comprarli» ha avvertito il tedesco Martin Schultz, presidente dell'Europarlamento, all'ultimo vertice europeo.
La casa brucia, il tetto sta per crollare ma Angela Merkel e il suo ministro delle Finanze non se ne calano: ieri hanno rispedito al mittente anche la proposta di Bruxelles, fatta propria con estrema convinzione da Draghi, per la creazione di un'unione bancaria europea fondata sulla centralizzazione della vigilanza, sulla garanzia unica sui depositi e sulla possibilità di accesso diretto ai prestiti Esm. Bocciata: «Non rappresenta una soluzione a breve per la crisi». Bocciata come gli eurobond, come la mutualizzazione del debito sovrano.In nome della stessa logica che rifiuta il trasferimento implicito o esplicito dei rischi altrui, cioè la loro europeizzazione.

Già, perché meno si ha a che spartire con i Paesi della fascia mediterranea, meglio si sta a Berlino. Il che può anche essere perfettamente comprensibile. Però allora bisognerebbe anche spiegare agli irlandesi, che ieri hanno detto sì al fiscal compact, che i loro sacrifici non servono per restare nell'euro: chiarito l'equivoco, potrebbero almeno decidere liberamente quali sacrifici fare, senza farseli imporre. Bisognerebbe spiegarlo anche ai greci che il 17 andranno a votare se restare o uscire dalla moneta unica (e forse decideranno per il sì). E poi a tutti gli altri popoli e Paesi stretti nella morsa del rigore senza crescita e senza lavoro. «Per evitare che la crisi greca innesti quella dell'euro, bisogna trovare una soluzione europea»: ieri non l'ha detto Draghi e neanche José Barroso ma Alexis Tsipras. Se l'ha capito anche il leader della sinistra estremista ellenica, possibile che non ci riesca Angela Merkel? Molto più tristemente per l'Europa, forse non vuole.

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