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Questo articolo è stato pubblicato il 04 giugno 2012 alle ore 06:36.

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PAGINA A CURA DI
Cristiano Dell'Oste
Mauro Pizzin
Gianni Trovati
Come volevasi dimostrare. L'accoppiata offerta dal debutto anticipato dell'Imu e dai tagli compensativi ai bilanci locali relega nella teoria gli "sconti" comunali che avrebbero dovuto attenuare l'impatto della nuova imposta, e spinge alle stelle la pressione fiscale comunale. Le giunte, però, provano a graduare il carico, limitando quando possibile il rialzo delle aliquote sulle abitazioni principali, rinunciando a qualche decimale sulle case date in affitto e lasciando salire – spesso fino al massimo dell'1,06% – le richieste sulle case vuote e i fabbricati a uso diverso (negozi, capannoni, laboratori, aree fabbricabili e terreni). L'effetto complessivo di questi tentativi, comunque, è minimo, e le aliquote nettamente inferiori ai livelli standard indicati dalla normativa nazionale restano mosche bianche.
Le dinamiche emergono chiare dalla nuova rassegna delle scelte che si stanno compiendo nei capoluoghi di regione, che in qualche caso (da Milano a Torino a Firenze, solo per fare degli esempi) hanno già formalizzato le delibere nelle ultime settimane. In queste città, dove abitano oltre 10 milioni di italiani, l'Imu sull'abitazione principale si attesta in media allo 0,43%, con un aumento dell'8% rispetto al prelievo standard (0,4%) previsto nel decreto salva-Italia dello scorso dicembre. La cifra è frutto dei rincari registrati a Torino, Roma, Napoli, Cagliari e Palermo, mentre la maggioranza dei capoluoghi si mantiene al livello base e Trieste introduce un mini-sconto dello 0,1 per mille.
È sugli altri immobili, però, che si incontrano i rialzi più consistenti, e si nota che gli spazi di manovra per le politiche fiscali locali all'atto pratico sembrano ridotti al lumicino. Più di una città differenzia le richieste in base alla condizione della seconda casa, vuota o affittata, ma alla fine il livello cambia di poco: l'aliquota media ipotizzata dai capoluoghi sulle case concesse in locazione si attesta per ora allo 0,91%, vale a dire il 20% sopra l'aliquota di riferimento fissata dalla legge nazionale, mentre quella sulle case vuote (almeno ufficialmente) arriva allo 0,94%, e in questo caso la distanza dal parametro standard è del 24 per cento.
Lontano dall'abitazione principale, del resto, è la maggioranza dei Comuni a spingere all'insù le aliquote, con l'effetto collaterale di complicare ulteriormente i pagamenti di dicembre prossimo. Nel primo versamento di giugno si dovrà infatti tenere conto della sola aliquota standard (0,76%), ma a dicembre occorrerà biforcare il calcolo: la quota erariale sarà pari a quella versata a giugno, mentre quella locale dovrà conguagliare anche l'effetto dell'aumento deciso dal Comune. Il tutto, naturalmente, se Stato e Comuni non decideranno di intervenire ancora sui parametri a causa di una (per ora eventuale) delusione sul gettito prodotto dall'acconto, intricando ulteriormente la partita. Ma per ora è meglio non pensarci.
In generale, secondo un meccanismo "naturale" della contabilità locale, sono i Comuni con i conti più in difficoltà a premere maggiormente sugli immobili. Il primo sintomo è l'aumento del conto sull'abitazione principale: a Torino si raggiunge il massimo fra le grandi città (ma non manca chi, come Caserta, arriva allo 0,6%), anche se si studiano sconti per categorie in difficoltà come disoccupati o cassintegrati, a Roma e Napoli invece ci si attesta allo 0,5 per cento.
L'ingresso in campo dell'Imu deve fare i conti anche con le addizionali Irpef, ormai completamente libere (entro il tetto nazionale dello 0,8%). In qualche caso, come a Firenze, per addolcire l'effetto dell'imposta immobiliare si è limata l'aliquota Irpef (senza ovviamente riuscire a compensare i rincari prodotti per i proprietari di immobili: si veda l'articolo sotto), mentre a Genova o Palermo sia l'imposta municipale sia l'addizionale puntano verso l'alto, sommando i rincari. Capita così anche a Milano, ma solo per i redditi sopra i 40mila euro: per gli altri, il passaggio dallo 0,2% secco agli scaglioni introdotti per il 2012 produce qualche piccolo risparmio, in grado di coprire però solo una quota minima del rincaro determinato dall'Imu.
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