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Questo articolo è stato pubblicato il 16 giugno 2012 alle ore 17:55.

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IL CAIRO - «È difficile descrivere i nostri sentimenti. Tecnicamente la rivoluzione è finita», sospira Amr Ali senza nascondere la delusione. Ammetterla e non minimizzarla, è diventata una forma di espiazione del movimento 6 Aprile.

Dalla sua sede nel quartiere di Dokki, oltre il Nilo, ieri sera non erano più di 300 i giovani che si erano messi in cammino verso piazza Tahrir, con bandiere e striscioni. Un tempo non molto lontano il movimento ne portava migliaia e con l'esempio centinaia di migliaia seguivano. Tutto è incominciato con loro: senza "il 6 Aprile", la Primavera egiziana non sarebbe sbocciata.

«Torniamo in piazza Tahrir solo a protestare: è una manifestazione, niente più occupazioni. La stagione delle tende è chiusa». Altro triste sospiro di Amr, 29 anni, ingegnere, blogger e portavoce del movimento giovanile. Il 6 Aprile è egualitario: non ha leaders, chi conta un po' più degli altri è un "portavoce". Il simbolo è un pugno bianco in campo nero. Ma non c'è nulla di minaccioso: gli egiziani lo hanno copiato dal movimento pacifista serbo che cacciò Slobodan Milosevic.

Ora che l'Egitto sta scegliendo il presidente fra un ex generale di Mubarak e un fondamentalista islamico, voi cosa pensate di fare?
Rimettere in sesto il movimento e riprendere la pressione sul potere politico qualsiasi esso sarà. Riprendere i contatti con tutti i partiti dell'opposizione: ma con i giovani di quei partiti non con le loro vecchie dirigenze.

State boicottando il voto?
No, ai nostri stiamo dicendo di andare a votare e scegliere Mohamed Morsi.

Il movimento che vota Fratelli musulmani? Sembra un altro segno della sconfitta.
Abbiamo qualche timore, anche se non gli stessi dell'Occidente. E' un'organizzazione chiusa e ambigua. Ma abbiamo discusso a lungo con loro. In caso di vittoria promettono di dare una vicepresidenza a una donna e l'altra a un cristiano, e di creare un governo di tecnocrati. Mohammed Morsi, il loro candidato, è l'ultima carta della rivoluzione.

L'autocritica è una parte essenziale della politica: qual è la vostra?
Abbiamo commesso tre grandi errori. Uno: non abbiamo dato una leadership alla rivoluzione. Due: abbiamo trattato in buona fede con i militari, loro non altrettanto con noi. Ci è mancata l'esperienza politica. Tre: ci siamo affidati ai partiti dell'opposizione per poi scoprire che erano naive quanto noi. L'ingenuità più grave è stato credere che bastasse far cadere la testa del capo quando il vero nemico era il sistema con la sua burocrazia. Forse il nostro problema è stato il nostro successo: siamo scesi in piazza e si è scatenato uno tsunami. Ci ha fatto credere che le cose fossero facili: se fossero state più graduali avremmo avuto il tempo d'imparare.

Se, come dicono i primi e incontrollabili dati, vince Shafik, cioè il vecchio regime, cosa farete?
Cercheremo di preparare la gente per una seconda rivoluzione. Ma non subito. Tuttavia, se non imporrà una restaurazione ma sceglierà un cammino graduale, noi lo rispetteremo. Dobbiamo essere pragmatici, questa è la realtà con la quale ci dobbiamo confrontare oggi. Noi vediamo Shafik come un prolungamento inaspettato della transizione dal potere militare a quello civile.

Non sembrate preoccupati. Se rivince il vecchio regime non temete un'azione di forza contro di voi?
Non subito. Nei prossimi sei mesi sarà tutto calmo. Poi, se la transizione non andrà come prevedono loro, potrebbero tornare ad essere come Mubarak. Ma anche in questo caso non reagiremo: dobbiamo essere saggi. Intanto creeremo i meccanismi della selezione di una leadership e le regole di una vera forza politica. Il movimento deve sopravvivere, è fondamentale per la resistenza democratica.

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