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Questo articolo è stato pubblicato il 16 giugno 2012 alle ore 16:50.
L'ultima modifica è del 16 giugno 2012 alle ore 12:46.

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Mario Monti (Ansa)Mario Monti (Ansa)

«Ci siamo spostati dall'orlo del precipizio, ma il cratere si è allargato e ci sta rincorrendo. Siamo di nuovo in una crisi - ha aggiunto - ma ora possiamo pensare un po' alla crescita». Lo afferma il presidente del Consiglio, Mario Monti, inaugurando in mattinata a Milano il Vodafone Village. Nel pomeriggio a Bologna, dal palco dell'iniziativa "La Repubblica delle idee", il premier confida: vedo un'uscita in tempi ragionevoli dalla crisi.

Parla, Monti, anche del ruolo della Germania in un'Europa sotto l'attacco della speculazione: «La Merkel - ricorda - dice che l'Italia ce la fa, ma l'Italia ce la fa non perché lo dice la Merkel». Ce la faremo, «ce la stiamo facendo e da soli, certo con quella parziale cessione di sovranità che é stata decisa anni fa da Italia, Francia e altri paesi europei, ma non sotto il tallone di una Troika». E aggiunge: «Sono ottimista sul futuro dell'Italia, malgrado le difficoltà, ma diventerei pessimista - ammette Monti - se la struttura dell'Europa dovesse dissolversi». «Andrò con animo sereno al G20», chiarisce. Infine, il presidente del consiglio parla di lavoro: della riforma («credo che presto verrà rivalutata anche da coloro che pur avendola confezionata partecipando alle consultazioni ora la criticano») e del nodo esodati («al più presto ricognizione e soluzione». Ancora: «il ministro Fornero non mi ha offerto le sue dimissioni e comunque le avrei respinte»).

Nessuna fase due nell'agenda del Governo
In mattinata il presidente del Consiglio commenta il decreto legge sullo sviluppo approvato ieri dal Consiglio dei Ministri. «Ho visto sui giornali commenti secondo cui il governo avrebbe cambiato agenda e sarebbe passato ad una fase due - afferma - non è vero, non c'è stato un cambio di agenda, un cambio di passo o di priorità. Siamo in assoluta continuità, lavoriamo sempre per la crescita ma in un Paese con la finanza disastrata bisognava prima di tutto mettere in sicurezza i conti».

Quotazioni troppo basse per vendere grandi aziende
Secondo Monti cedere oggi sul mercato le grandi aziende statali, come Eni, Enel e Finmeccanica, sarebbe inopportuno considerati gli attuali corsi di Borsa. «C'è da discutere l'opportunità di cedere sul mercato le grandissime aziende - spiega il professore - perdendo la possibilità di fare a meno di una strategia aziendale e in un momento in cui le quotazioni sono così basse».

Avviare subito le dismissioni sarebbe stato un errore
Infine, la decisione, annunciata ieri, di vendere parte del patrimonio pubblico non è stata presa subito «perché sarebbe stato un messaggio sbagliato al mercato e alla comunità internazionale. Prima bisognava mutare durevolmente i flussi correnti».

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