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Questo articolo è stato pubblicato il 19 giugno 2012 alle ore 08:21.
L'ultima modifica è del 19 giugno 2012 alle ore 08:22.

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Da tempo si è capito che la politica europea dei palliativi e delle mezze misure non basta a fermare gli assalti dei mercati. Da ieri è chiaro che ormai nemmeno i gesti nazionali di buona volontà europeista - il senso di responsabilità ritrovato domenica dai greci, come prima dagli irlandesi con la sofferta ratifica del fiscal compact, e dopo dagli spagnoli con la resa alla richiesta di aiuti per le loro banche - servono a fermare il contagio.

Quando la crisi di fiducia dentro l'Europa riesce a superare abbondantemente quella che dilaga fuori nel mondo intero, le buone notizie diventano inutili. Peggio, offrono nuovi incentivi a delinquere a speculatori ormai decisi a saggiare la tenuta del sistema Europa. "Too big to fail"? Mah. "Grexit" da archiviare dopo la vittoria dei partiti pro-euro? Mah.

Di sicuro ad Atene sta un cattivo esempio, non il focolaio più grosso e preoccupante della crisi. Tanto che ieri non c'è stato il tempo di festeggiarne i sintomi di redenzione. Subito gli spread dei Bonos spagnoli sono schizzati rispetto al Bund sfondando la fatidica soglia del 7% e quelli italiani sono rimasti sotto tensione, con la Borsa di nuovo in discesa.

La maledizione di questa crisi segue lo schema del carciofo: via una foglia dopo l'altra fino al cuore del problema: una moneta unica sui generis perché priva di tutte le strutture necessarie per esserlo davvero, priva di una Banca centrale "normale", di un'integrazione del settore bancario all'altezza, priva di un bilancio comune adeguato, priva di uno Stato cioè di un'Unione politica e identitaria.

A questo punto o si interviene tempestivamente per colmare tutte queste lacune o la grande success-story del l'euro rischia davvero di saltare e con lei, prima o poi, tutta l'Europa.

Facile da dire, molto più difficile da fare. Perché l'impresa è obiettivamente complessa, urta ipersensibilità e culture nazionali incallite e conflitti di interessi radicati, richiede nuove riforme dei Trattati. Insomma è un'avventura di lunga lena che senza un progetto chiaro e, soprattutto, senza una volontà politica sincera e convergente di realizzarlo, rischia di inciampare ad ogni passo.

Di sicuro non basterà una bella dichiarazione di intenti, la road-map - cioè il calendario di impegni che dovrebbe uscire dal vertice europeo di fine giugno insieme a un impegno forte per il rilancio della crescita economica - a spegnere la febbre dei mercati. Che ormai conoscono troppo bene l'Europa per accontentarsi dei suoi impegni di carta.
Primo test decisivo l'unione bancaria, cioè la risposta da dare alla crisi del settore. Che per ora è esplosa in Spagna ma nessuno si illude che possa fermarsi lì. Che ha un potenziale dirompente pari e anche superiore a quello della crisi del debito. Che prolifera sul legame perverso tra i due tavoli.

Forse il senso dell'urgenza farà miracoli, anche se non è scontata la ri-europeizzazione della rete di interessi e investimenti bancari che, in un biennio di crisi dell'euro, si è rinazionalizzata in sordina ma metodicamente. Segno anche questo evidente della sfiducia reciproca, dell'allergia al rischio degli altri.

Altro test, altrettanto decisivo, l'unione di bilancio e politica che, nella proposta di Angela Merkel, prevede lo scambio tra più disciplina e controllo sulle scelte nazionali di spesa pubblica in cambio di maggiore solidarietà europea. Questa partita si giocherà soprattutto sull'esistenza o meno di un'intesa franco-tedesca.
Dalle urne di domenica François Hollande è uscito rafforzato da una buona maggioranza socialista all'Assemblea nazionale. Il che è insieme una buona e una cattiva notizia.

Buona perché potrà governare senza essere condizionato dall'estrema sinistra. Cattiva perché le sue idee in fatto di politiche economiche e di bilancio, di crescita, eurobond e mandato della Bce sono tutt'altro che in sintonia con quelle tedesche. E un presidente francese, forte del consenso maggioritario della propria opinione pubblica e di non pochi alleati dentro al Consiglio europeo, potrebbe diventare un interlocutore coriaceo e troppo rivendicativo. Alieno a qualsiasi rinuncia alla sovranità nazionale sul bilancio. Con il rischio di isolare la Germania in Europa, alimentandone il malessere verso i partner e la nostalgia per il vecchio marco.

Questo è lo scenario da evitare per salvare l'euro e l'Europa. Ma i mercati, che lo conoscono, ci ballano sopra con estremo profitto. In assenza di una prova di leadership coraggiosa e lungimirante, potrebbero vincere loro.

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