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Questo articolo è stato pubblicato il 21 giugno 2012 alle ore 06:39.

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IL CAIRO. Dal nostro inviato
È l'ora della preghiera di metà pomeriggio, decine di paia di scarpe sono abbandonate negli angoli. Nella grande sala d'aspetto gli uomini sono inginocchiati in silenzio. Terminato il rito, ognuno recupera le scarpe e il quartier generale dei Fratelli musulmani, alle spalle della Cittadella ottomana del Cairo, torna ad essere frenetico. «La situazione è pericolosa, potrebbe sfuggirci di mano», dice Khairat al-Shater, rimettendo scarpe e blazer blu. «Non accetteremo mai che ci sottraggano le nostre vittorie elettorali democratiche».
Con Mohamed Tantawi, il capo dello Scaf, la giunta militare, Shater oggi è l'uomo più importante d'Egitto. Il candidato presidenziale islamista doveva essere lui, prima che i militari trovassero un pretesto per escluderlo dalla corsa. Quando poi è stato scelto il sostituto, la gente chiamava Mohamed Morsi "ruota di scorta". È lui, Shater, uomo d'affari di 63 anni, 12 dei quali spesi nelle prigioni di Mubarak, il vero leader politico della Fratellanza. È lui che sta trattando una soluzione allo stallo egiziano. «È tutto molto complicato. Abbiamo vinto le presidenziali con un milione di voti di scarto. La tensione non calerà se non verrà riconosciuto e lo Scaf non ritirerà la decisione di chiudere il Parlamento».
Chiudendo il Parlamento e assumendosi poteri legislativi, i militari hanno fatto un golpe?
Hanno fatto una cosa pericolosa. Ma non mi piace usare definizioni estreme che rendono l'atmosfera più conflittuale di quanto già non sia. Ci deve essere il dialogo, non esiste alternativa.
Quindi un negoziato c'è.
Abbiamo sempre creduto nel ruolo delle forze armate, se li attaccassimo indeboliremmo le istituzioni. Stiamo dialogando con loro e con tutte le istituzioni, cerchiamo anche la solidarietà internazionale. L'Egitto è in condizioni sociali ed economiche drammatiche, nessuno può pensare di trovare da solo una soluzione. Dobbiamo arrivare alla massima collaborazione con le forze nazionali, religiose, politiche. Anche con i militari. Tutti devono fare concessioni: la politica è l'arte del possibile.
Voi cosa concedete?
Non dimentichi che siamo il partito di maggioranza ma riconosciamo che il futuro Governo debba essere formato da tutte le forze politiche. Se Morsi sarà eletto non imporremo la nostra visione ma distribuiremo le cariche della squadra presidenziale a tutti, anche a chi non ha seggi in Parlamento. Ci aspettiamo che anche gli altri facciano concessioni.
Nel negoziato lei ha parlato di solidarietà internazionale. Di quali Paesi?
Ne ho contattati diversi. Ho parlato con l'ambasciatore e con diverse personalità americane; con l'ambasciatore britannico e di altri Paesi occidentali perché sostengano il nostro processo democratico.
E gli arabi, per esempio il Qatar?
È più facile parlare con gli occidentali che con gli arabi.
Secondo lei i militari lasceranno il potere il 30 giugno, come promettono?
Superficialmente sì. Per noi esistono tre condizioni: il presidente eletto deve avere un potere reale, il Parlamento deve essere riaperto, la Commissione costituzionale che scriverà la nuova carta deve essere scelta dal Parlamento. Altrimenti significa che non si sono ritirati e l'instabilità continuerebbe.
Qual è la sua preoccupazione?
Il 40% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, i disoccupati sono 12 milioni. La gente è arrabbiata e se tornasse in piazza, la rivoluzione andrebbe fuori controllo.
Lei è anche un imprenditore: elettronica, manifatture, commercio, finanza. Qual è la sua formula economica?
Prima dobbiamo garantire sicurezza e stabilità del sistema. Senza, gli investitori non torneranno in Egitto. Poi adotteremo libero mercato e laissez faire.
Laissez faire?
Si, come spiega la storia del capitalismo, il settore privato ne ha bisogno. Dobbiamo creare le condizioni perché gli investitori stranieri, arabi ed egiziani tornino a pensare a questo Paese.
Sembra che il suo modello economico sia più quello americano che europeo.
Guardiamo a tutti i modelli capitalistici. Però direi che la nostra idea è a metà strada fra quello turco e il malese.
Lei è il politico più importante del suo movimento e un grande imprenditore. Qual è il suo vero lavoro?
Fare l'egiziano. Sono certo che garantire benessere economico alla mia famiglia non basti senza creare un sistema democratico.
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IL PERSONAGGIO

Politico e imprenditore
Khairat al-Shater (nella foto), 63 anni, 12 dei quali passati nelle prigioni di Mubarak, è il vero leader dei Fratelli musulmani: avrebbe dovuto essere lui il candidato alle presidenziali, prima che i militari lo escludessero dalla corsa con un pretesto; al suo posto i Fratelli hanno schierato Mohamed Morsi
Imprenditore con attività nei settori dell'elettronica, delle manifatture e del commercio, è stato uno dei maggiori finanziatori della Fratellanza