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Questo articolo è stato pubblicato il 01 luglio 2012 alle ore 08:10.

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ROMA
L'apporto maggiore – 76 milioni di euro l'anno – del ministero della Giustizia alla spending review dovrebbe arrivare dalla nuova geografia giudiziaria, cioè dalla riforma in assoluto più difficile, politicamente, tra quelle in materia di giustizia, che il governo sta faticosamente portando avanti. Quando mancano due mesi e mezzo alla scadenza della delega, il taglio di 674 uffici del giudice di pace deciso a gennaio dal Consiglio dei ministri è stato di fatto stroncato dal Parlamento, che chiede al ministro della Giustizia Paola Severino di fare marcia indietro e di rivedere criteri e tagli, facendo confluire tutto nel decreto su Tribunalini, Procurine e Sezioni distaccate. Che peraltro deve ancora vedere la luce: in settimana, Severino dovrà sciogliere la riserva politica sul piano messo a punto dai suoi uffici tecnici, che prevede la soppressione di 33 Tribunali, 37 Procure e di tutte le 220 sezioni distaccate. Un piano già ridimensionato rispetto alle ipotesi di partenza e suscettibile di ulteriori limature vista l'offensiva in atto (da parte di politici, avvocati, sindaci, rappresentanti sindacali) contro la riforma. Che, rinvio dopo rinvio, rischia di non arrivare puntuale all'appuntamento del 13 settembre, giorno in cui dovrà diventare operativa.
I tempi sono stretti. Basti pensare che il decreto sui giudici di pace, una volta approvato dal governo, ha impiegato quattro mesi per essere trasmesso dalla Presidenza del Consiglio alle Camere e che queste hanno già ottenuto due proroghe per il prescritto parere (obbligatorio ma non vincolante). Dopo il voto del Parlamento, il provvedimento deve tornare al Consiglio dei ministri per eventuali correzioni che il governo volesse introdurre sulla base dei rilievi delle Camere. Quindi deve essere firmato dal Capo dello Stato e pubblicato nella Gazzetta ufficiale. Ma al di là dei tempi, resta ancora l'incognita dei contenuti, cioè della portata effettiva della riforma (tra l'altro, si parla di una fase transitoria di 5-10 anni in cui tutto rimarrebbe com'è). Domani mattina Severino ha convocato al ministero i rappresentanti della maggioranza per fare il punto. Certo è soltanto alla luce dell'estensione dei tagli si potrà calcolare l'effettivo apporto alla spending review.
Gli altri interventi per razionalizzare la spesa, diminuire gli sprechi e recuperare efficienza riguardano le carceri, la riduzione del parco auto (20 milioni) e il progetto di indire una gara unica nazionale per il noleggio delle apparecchiature per le intercettazioni (telefoniche, telematiche, internet e ambientali). Il ministero ritiene di poter abbattere del 50% il costo, che passerebbe da 350-450 milioni di euro l'anno a 150-200 milioni. Ancora si attende, però, che l'Avvocatura dello Stato dia parere positivo a questa operazione. In ogni caso, complessivamente i risparmi derivanti da questi interventi (sommati a quelli, ancora incerti, derivanti dal taglio dei Tribunalini) dovrebbero ammontare a circa 560 milioni.
A ciò vanno aggiunte altre voci di risparmio, che si ricavano dalle recenti misure adottate dal ministro della Giustizia con il dl sviluppo: il filtro all'appello, la riforma della legge Pinto, la riduzione del numero di sedi della Scuola della magistratura.
In via Arenula hanno calcolato che il filtro all'appello, nel processo civile, dovrebbe comportare una riduzione di circa 55mila nuove cause civili all'anno. E poiché il costo medio di ogni processo è grosso modo pari a 517 euro, il risparmio complessivo è stato stimato in circa 28 milioni di euro l'anno.
Anche la riforma della Legge Pinto (risarcimenti per l'irragionevole durata dei processi) consentirà di risparmiare denari perché dovrebbe ridurre il carico di lavoro di circa 8mila cause all'anno con indennizzi in media pari a 3mila euro. La stima del ministero parla di un risparmio di circa 24 milioni di euro l'anno.
Quanto alla Scuola della magistratura, la riduzione delle sedi consente di risparmiare subito 240mila euro l'anno.
A queste voci possono essere aggiunti anche i risparmi derivanti dal potenziamento della posta elettronica certificata (2 milioni di euro ogni milione di notifiche in meno, e oggi sono 28 milioni) nonché dalla modifica dei criteri di rimborso delle spese per «consumi intermedi» sostenute dai Comuni (si dovrebbe definire un tot preventivamente).
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