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Questo articolo è stato pubblicato il 02 luglio 2012 alle ore 07:55.

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Archiviata l'euforia di venerdì scorso, sarà questa mattina il vero test dei mercati sull'accordo siglato al Consiglio europeo. Comunque vada, una cosa è certa: l'Italia più che mai deve continuare sulla strada delle riforme. Qualunque segnale di indebolimento dell'azione di governo, infatti, sarebbe colto dai mercati come la prova dell'inefficacia, se non della dannosità potenziale, di quell'accordo.

Gli occhi dell'Europa sono tutti puntati su Roma. A nessuno sono sfuggite le concessioni fatte da Berlino al tavolo europeo. Ma tocca al l'Italia ora dimostrare che quell'intesa non è un cedimento al lassismo, piuttosto un incoraggiamento per i Paesi con debito eccessivo a proseguire sulla strada del consolidamento dei conti pubblici e della crescita.

È da questa consapevolezza che Mario Monti, il suo governo e la maggioranza parlamentare che lo sostiene devono farsi guidare nei prossimi passi. I successi diplomatici all'estero sono alle spalle. Tra una settimana sarà già tempo di nuove aste e nuovi titoli da collocare. Bisogna arrivarci con la casa in ordine e, magari, con qualche stendardo in più da poter esporre. Perciò è straordinariamente importante il modo in cui sarà portata a termine quella spending review di cui si ragiona ormai da troppo tempo. Monti sa bene che solo una manovra coraggiosa e ben fatta sulla spesa potrà permettere di proseguire sulla strada del raggiungimento degli obiettivi di bilancio, liberando allo stesso tempo un po' di risorse per cominciare ad alleggerire la pressione fiscale.

Anche in un governo tecnico nessun ministro accetta con piacere tagli al proprio dicastero. E le burocrazie interne, anche questa volta, sanno come far sentire la propria pressione. Tocca perciò a Monti superare le resistenze, in nome del più alto dividendo da redistribuire agli italiani in termini fiscali. Analoga responsabilità devono dimostrare le forze politiche che sostengono il governo. I tagli di spesa non possono essere l'ennesimo boccone amaro da inghiottire in nome di un vincolo esterno. Ma piuttosto il terreno su cui dimostrare la propria capacità di leadership e legittimare, nel riformismo, la propria aspirazione a tornare presto in prima persona al governo del Paese.

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