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Questo articolo è stato pubblicato il 04 luglio 2012 alle ore 09:20.
Mi trovavo a Ischia durante l'ultimo summit europeo. Molti italiani presenti alla cerimonia del Premio Ischia di giornalismo ritenevano che quella sera il loro Paese avesse sconfitto la Germania due volte: una nel calcio, alla semifinale degli Europei, e una nell'economia, al vertice di Bruxelles. Poi è arrivata la finale persa contro la Spagna. Quanto rimarrà dell'euforia post-vertice di qui a qualche mese? Qualcosa, ma non molto.
Il 19º vertice della crisi è stato più riuscito di gran parte di quelli che lo hanno preceduto, ricchi solo di risultati deludenti. Ma il gioco ancora non è cambiato.
Sono stati fatti passi avanti utili. I più importanti sono stati gli accordi per consentire ai meccanismi di salvataggio dell'eurozona di ricapitalizzare direttamente le banche, invece di far passare i soldi per le casse di Governi vulnerabili (ne trarrà particolare beneficio la Spagna e un vantaggio potenzialmente smisurato l'Irlanda) e l'accordo per acquistare titoli di Stato sul mercato (ne trarranno beneficio, apparentemente, Italia e Spagna).
È stato deciso anche che i prestiti dei fondi di salvataggio non avranno la priorità rispetto ai prestiti esistenti, mossa che dovrebbe ridurre il rischio di panico da parte dei prestatori. I leader europei hanno concordato anche un pacchetto di misure per la crescita da 120 miliardi di euro. In base al principio che se sborso i soldi devo poter esercitare un controllo, alla Banca centrale europea è stata attribuita la competenza su un nuovo sistema di supervisione bancaria europea, un passo verso quella che i protagonisti sperano diventi un'unione bancaria a tutti gli effetti.
Ma ancora più importante è quello che non è stato deciso, e la lista include il mancato incremento dei fondi a disposizione del fondo Esm (ancora fermi a 500 miliardi di euro), gli eurobond in qualsiasi forma e una garanzia sui depositi o un sistema decisionale bancario comuni a tutta l'eurozona. Oltre a ciò resta proibitiva - e nella migliore delle ipotesi di lunga durata - la sfida di un riequilibrio di competitività all'interno dell'eurozona. Nel frattempo, è il caso di sottolinearlo, la Bce non ha nessuna intenzione di fare da compratore di ultima istanza di titoli di Stato.
L'elemento positivo più importante quindi è che si sta andando nella direzione di una rescissione dei legami, reciprocamente distruttivi, fra banche e Stati. È un primo passo verso un equivalente europeo del Tarp americano, il programma per l'acquisto dei titoli tossici messo in campo nel 2008 dall'amministrazione Usa. Una conseguenza sarà necessariamente di sottrarre la responsabilità della supervisione ai Governi nazionali. Il risultato sarà anche un ulteriore, enorme incremento dei poteri della Bce. Al tempo stesso, però, questo è solo un piccolo passo verso un'unione bancaria a tutti gli effetti, che necessiterebbe di un puntello di bilancio maggiore di quello a disposizione ora. Uno spagnolo e un italiano, se pensano con razionalità, ancora non possono considerare gli euro depositati nelle loro banche al sicuro come quelli depositati in una banca tedesca, soprattutto perché permangono rischi evidenti e consistenti di default e spaccatura della zona euro.
Il pacchetto di misure per la crescita, per certi versi illusorio e presumibilmente spalmato su diversi anni, è minimo, poco più dell'1% del prodotto interno lordo dell'eurozona. La decisione di consentire ai fondi di salvataggio di acquistare titoli di Stato sul mercato è ancora meno rilevante e potrebbe rivelarsi distruttiva, come sostiene in un recente articolo l'economista belga Paul de Grauwe, della London School of Economics.
L'enorme debito pubblico di Italia e Spagna rasenta i 2.800 miliardi di euro, ossia poco meno di sei volte i fondi a disposizione dell'Esm. È più che risaputo, grazie agli studi condotti dal premio Nobel Paul Krugman, che gli speculatori possono prendere di mira senza problemi un fondo di dimensioni inadeguate a stabilizzare un mercato. L'unico stabilizzatore credibile è un'entità che disponga di una potenza di fuoco infinita. Nel caso delle finanze pubbliche dei Paesi europei, l'unica in grado di proteggere un Paese da crisi di panico sul suo debito pubblico è la Bce. Dal momento che la Bce non è disposta ad agire in questo senso e i leader europei non sono disposti a dare all'Esm i poteri per costringerla a farlo, queste proposte equivalgono a svuotare il mare della finanza con un cucchiaio. I mercati forse lo hanno capito, visto che gli spread sono calati, ma rimangono pericolosamente alti.
Tuttavia, gli elementi che autorizzano a sperare che gli accordi siano più rilevanti di quanto appare sono la presenza di progressi reali in direzione di una maggiore integrazione e la nascita di una coalizione tra Francia, Italia e Spagna. Quest'ultimo dato suggerisce che l'ascesa al potere di François Hollande potrebbe aver alterato le dinamiche di potere all'interno dell'eurozona. E sembra anche confermare che la Germania non vuole apparire isolata, a patto di non cedere sui principi fondamentali. Di sicuro, però, questi cambiamenti non lasciano la strada spalancata verso una vera unione di bilancio o una vera unione bancaria, obiettivi per cui servirebbe, in entrambi i casi, un livello di solidarietà molto maggiore di quello che esiste oggi. Rimango scettico sulle possibilità di arrivare a un accordo su queste due unioni, o sulle possibilità di farle funzionare se anche ci si dovesse arrivare.
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