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Questo articolo è stato pubblicato il 07 luglio 2012 alle ore 09:00.
L'ultima modifica è del 07 luglio 2012 alle ore 09:07.

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Se le informazioni che circolano vengono confermate – tagli di spesa pubblica permanenti di 25 miliardi nell'arco di 3 anni, snellimento delle amministrazioni provinciali con la eliminazione di più della metà delle province, accorpamento dei tribunali e razionalizzazione dell'organizzazione territoriale della macchina della giustizia con l'eliminazione delle sedi distaccate, la riduzione del 10% del numero dei dipendenti dello Stato e l'adozione di misure di riorganizzazione interna degli uffici con embrioni di schemi di incentivo e strumenti di flessibilità nella gestione del personale - il governo è nella giusta direzione. Di più, si è a una svolta mai tentata da nessun altro governo in precedenza.

I tagli previsti, infatti, hanno natura permanente, nel senso che incidono stabilmente sul meccanismo di formazione della spesa perché intaccano la struttura dell'amministrazione. È questo che rende fiduciosi che quei tagli, una volta conseguiti, contribuiranno ad abbassare il livello della spesa pubblica in modo stabile.

Come notavo in un mio articolo del primo maggio, la riduzione delle province e il necessario ripensamento dell'articolazione territoriale dello Stato che ne deve conseguire, non porta a risparmi di spesa soltanto perché si riduce il numero dei consigli provinciali o perché si conseguono economie di scopo nello svolgimento dei compiti assegnati a questi enti. Ma anche per un altro fattore, a mio avviso ancora più importante: perché con la riduzione delle province si innesca una rivisitazione di tutta l'organizzazione periferica dello Stato. Se avremo 50 province anziché 110, avremo ancora bisogno di 110 provveditorati? O di 110 prefetture? Inevitabilmente razionalizzare le province deve portare a una razionalizzazione di tutte le altre amministrazioni che si sono plasmate sull'articolazione provinciale estendendo la loro ramificazione mano a mano che si estendeva quella delle province. Un analogo discorso vale per la rivisitazione della struttura territoriale dei tribunali.

Nel disegno delle misure che il governo propone di attuare si intravede il tentativo di risparmiare soldi riorganizzando il servizio in modo da garantire la sua erogazione senza perdita di quantità o di qualità. Se l'intervento sarà ben gestito non solo verranno preservati i servizi correnti ma ne aumenterà anche la qualità. Questo risultato è l'opposto dell'idea che i tagli prospettati sono un �attacco� ai servizi pubblici o ai pubblici dipendenti. Non è così. Ridurre il numero delle province è cosa utile semplicemente perché esse sono in eccesso: le persone che vi lavorano, quelle che hanno amor proprio, trarranno beneficio dal sapere di lavorare in enti che svolgono una funzione rilevante per la collettività anziché in strutture superflue. E un migliorato senso di identificazione dei pubblici dipendenti con l'ente di appartenenza è uno dei meccanismi per accrescere la produttività del lavoro e migliorare la qualità del servizio offerto. I pubblici dipendenti dovrebbero essere i primi sostenitori di queste riforme.

Rimangono tuttavia alcuni problemi. Primo, i tagli di spesa, proprio perché hanno piena efficacia solo se accompagnati da una riorganizzazione della macchina dello Stato, sono un processo non una decisione una tantum presa da un governo con una vita residua di 12 mesi. Questo chiama in causa il problema della continuità della politica che il governo sta intraprendendo e quindi quello della configurazione della prossima legislatura. Assieme alle riforme strutturali, i tagli di spesa sono quanto di più politico possa esserci e quindi quanto di più ostico da implementare per una maggioranza politica.

Secondo, questi tagli avvengono in una particolare congiuntura: la peggior recessione del dopoguerra in una situazione di fragilità finanziaria che, in parte, richiede quei tagli come segno della volontà del paese di intraprendere la via del risanamento fiscale in via permanente. Questo non concede margine alla scelta del quando farli: ora. Rimane il rammarico per non averli fatti anni addietro quando le condizioni del ciclo economico erano migliori. Ma nella politica di casa nostra sembra aver prevalso il principio che è meglio posporre a domani quello che dovresti fare oggi, se farlo oggi ti costa qualcosa indipendentemente da quanto potrà costare domani a chi dovrà fronteggiare il problema.

Tuttavia quei tagli sono anche l'unica strada perché si possa contare su una riduzione altrettanto stabile del carico fiscale. Passata la spending review, spero che il governo dedichi uno sforzo alla tax reduction.

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