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Questo articolo è stato pubblicato il 08 luglio 2012 alle ore 14:55.

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Non c'è solo del negativo nella crisi dell'euro perché spinge l'Europa a fare un nuovo salto di qualità, proprio come ai tempi della nascita della moneta unica. Commissario Ue agli Affari economici e monetari tra il 2004 e il 2010 e oggi responsabile alla Concorrenza, lo spagnolo Joaquin Almunia è al centro del ciclone debiti-banche. E insiste: bisogna spezzare al più presto il cerchio perverso che li unisce. Ci vorrà tempo ma il vertice di Bruxelles ha preso le decisioni giuste.

Dopo un decennio di successi, l'euro è stato messo alle corde da una crisi di entità minore come quella greca. Come mai?
La crisi del debito ha avuto un fortissimo impatto in Grecia. Ma anche due conseguenze. L'effetto contagio su Irlanda e Portogallo prima e ora su Spagna e Italia. Poi ha mostrato le carenze dell'unione monetaria: sapevamo che mancava di strumenti ma non che fosse così importante completare la scatola degli attrezzi con l'unione bancaria e con quella fiscale. Così alla fine torniamo al punto di partenza. L'unione monetaria è nata da una forte decisione politica, la stessa che oggi è necessaria per rifondarla.

In concreto che cosa vuol dire?
I Governi devono spiegare ai cittadini che le decisioni che in passato appartenevano alla sfera nazionale vanno trasferite alla zona euro o all'Europa. È un modo diverso di condividere la sovranità dovuto alla dinamica dell'integrazione europea. Ormai non è più vero quello che è stato vero per secoli e cioè che il miglior modo per proteggere i propri interessi è mantenere le decisioni a livello nazionale.

Nessuno si illudeva che l'attuazione delle decisioni prese al recente vertice di Bruxelles fosse tutta in discesa. Però la guerriglia immediata...
Il vertice europeo è riuscito ad adottare decisioni importanti. Quelle urgenti relative al mercato dei capitali, dei debiti e alle banche nell'intento di rompere il legame tra crisi del debito e bilanci delle banche. E quelle di medio-lungo termine secondo il piano dei quattro presidenti di Commissione, Consiglio Ue, Bce ed Eurogruppo, i quali preciseranno le loro idee al summit di ottobre. Spero che questa volontà politica si rafforzerà in futuro. Perché dobbiamo avanzare ad ogni vertice senza arenarci sugli ostacoli.

Però sullo scudo anti-spread, una delle misure a breve anti-crisi, si profilano forti reticenze.
L'accordo è stato adottato al vertice da tutti. Non vedo come si possa contestarlo a un livello politico inferiore a quello dei capi di Governo. Ora Eurogruppo e Bce devono attuarlo. Però è inutile nascondersi le difficoltà che stanno nei dettagli.

Se si guarda ai fondamentali e li si raffrontano a quelli di Gran Bretagna, Stati Uniti e Giappone, in fatto di deficit e debito l'economia dell'Eurozona non sta certo peggio. Perché i mercati si accaniscono sull'Europa?
Per l'incertezza sulla capacità dell'unione monetaria di rafforzarsi rispetto a Maastricht. Per la poca fiducia sulla coerenza degli aggiustamenti e sul rilancio della crescita in tempi ragionevoli. Ma anche perché si cerca un rifugio più sicuro per gli investimenti. Cioè non tutto è speculazione. Detto questo è bene allontanare con regole adeguate i mercati finanziari dall'economia-casinò.

Perché in Europa è più facile aiutare le banche che gli Stati in difficoltà? Le prime hanno incassato almeno il triplo degli aiuti, pur avendo avuto spesso comportamenti altrettanto irresponsabili. Eppure il contribuente tedesco non sembra altrettanto indignato quando è chiamato a sostenerle.
Non è la stessa cosa erogare garanzie o prestiti.

Certo. Ma istituti di credito e paesi salvati oggi sono sostenuti da entrambi gli strumenti.
Se vogliamo uscire dalla crisi non possiamo permetterci di far cadere gli Stati ma nemmeno il sistema finanziario. Ma è difficile spiegare a un cittadino perché il suo Paese deve dare un prestito a un altro Paese. Nonostante 60 anni di integrazione non c'è ancora una cultura politica europea di questo tipo. È già molto difficile spiegargli perché deve garantire il sostegno alle banche del proprio Paese. Figuriamoci dire a un finlandese che deve finanziare i portoghesi o a un tedesco che deve aiutare spagnoli e italiani. Ma c'è un fatto positivo nella crisi.

Quale?
Ci costringe a prendere decisioni politiche impossibili solo 3 o 4 anni fa. E ci permette di arrivare a livelli di integrazione superiori a quelli pre-crisi.

La crisi ha messo a nudo pesanti fratture culturali tra Nord e Sud Europa. In questo clima di sfiducia reciproca, è fattibile il trasferimento della sovranità nazionale sui bilanci pubblici?

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