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Questo articolo è stato pubblicato il 10 luglio 2012 alle ore 08:35.

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E se un giorno si scoprisse che il delitto dei delitti, l'assassinio dell'euro, è stato compiuto dalla folle irresponsabilità della sua pattuglia del Nord e non dal vituperatissimo plotone del Sud?
Il dubbio non è nuovo, serpeggia da mesi ma negli ultimi giorni si alimenta di nuovi, pesanti interrogativi. Se ieri i Bonos spagnoli e i BTp italiani sono di nuovo schizzati verso le rispettive soglie critiche con rendimenti sopra il 7% e il 6%, mentre i Bund a sei mesi venivano sottoscritti nonostante nuovi rendimenti negativi (-0,03%), non è perché i Governi di Madrid e Roma si siano scostati dalla retta via. Tutt'altro.

Nonostante la durissima recessione che taglieggia l'economia spagnola, ieri sera alla riunione dell'Eurogruppo il ministro delle Finanze Luis de Guindos si è presentato con un nuovo piano di tasse e tagli alle spese e per questo otterrà un anno in più per centrare gli obiettivi di bilancio. A sua volta alla guida di un'economia a sviluppo negativo, Mario Monti è arrivato a Bruxelles con in tasca i tagli della spending review, incassando commenti positivi.

Non basta. Per giudizio unanime il Portogallo rispetta la tabella di marcia delle riforme e dei sacrifici e, se dovesse tornare a battere cassa come alcuni vociferano, sarà sempre per colpa della solita recessione. Anche l'Irlanda è sulla buona strada tanto che per la prima volta dopo mesi è tornata a finanziarsi con successo sui mercati. La Grecia invece è in ritardo e in parte inadempiente ma è l'unico Paese ad esserlo e rappresenta solo il 2% del Pil dell'area. Poi c'è Cipro che però, per soccorrere le sue banche, preferisce giocare sul doppio tavolo europeo e russo, per non ritrovarsi con le mani troppo legate a Bruxelles. Il fronte mediterraneo, dunque, si è messo o si sta mettendo in riga e rispetta, con una sola eccezione, gli impegni presi a livello europeo. Sarebbe pretestuoso, dunque, criminalizzarlo per l'instabilità dei mercati che per di più paga carissima sulla propria pelle. Se, come in tutti i gialli che si rispettino, è la regola del "cui prodest" quella che conduce al colpevole, tutti gli indizi questa volta puntano a Nord.

Con gli investitori disposti addirittura a rimetterci pur di acquistare titoli-rifugio tedeschi, con l'euro ai minimi da due anni, è chiaro chi sono i primi beneficiari della partita: l'export, il grande motore dell'economia tedesca in fase di rallentamento in un panorama europeo dove la crescita per ora si incupisce. Ma c'è ben altro. Se in poco più di una settimana, cioè la distanza intercorsa tra il vertice Ue di Bruxelles e la riunione di ieri sera dell'Eurogruppo, i mercati sono di nuovo partiti all'attacco è perché i segnali positivi e unanimi lanciati dai 27 capi di Governo dell'Unione su unione bancaria, ricapitalizzazione diretta delle banche, supervisione unica affidata alla Bce e scudo anti-spread sono subito dopo stati travolti da distinguo e prese di distanze arrivati da Finlandia, Olanda e Germania. E dalla moltiplicazione delle riunioni: l'Eurogruppo di ieri doveva decidere invece ce ne sarà un altro il 20 luglio e poi forse anche un altro vertice Ue il 25. Il tutto in un crescendo di confusione che, come sempre, alimenta la sfiducia nelle capacità dell'Europa di superare unita la crisi.

La ricapitalizzazione diretta delle banche spagnole è urgente ma l'Esm, il fondo permanente che dovrebbe realizzarla, non è ancora operativo per mancanza delle necessarie ratifiche. La Bce dovrebbe diventare il supervisore europeo ma dovrà attendere una proposta ad hoc di Bruxelles che arriverà in settembre. Nel frattempo potrà entrare in azione l'attuale Efsf, che però non potrà fare la ricapitalizzazione diretta, avrà quindi bisogno della garanzia del Governo interessato, che ne farà salire il debito. Il quale poi però scenderà, ha spiegato ieri Mario Draghi davanti all'Europarlamento, appena l'Esm entrerà in campo. Nell'attesa, se non ci saranno altri ritardi e imprevisti, il cerchio perverso debiti sovrani-banche non verrà spezzato. Prima o poi però l'accordo arriverà. Anche quello per bloccare gli spread. Ma quando e, soprattutto, a che prezzo sapendo che a pagare saranno i soliti noti del Sud? Il colmo è che in Finlandia c'è chi medita di uscire dall'euro anche per l'alto costo dei salvataggi dei Paesi membri, che per la Finlandia è pari a poco più dell'1% del totale contro il 12,4% del l'Italia, l'8,3% della Spagna e il 19% della Germania.

Azioni coraggiose, riforme di qualità, condivisioni di sovranità nazionali per arrivare a un'unione monetaria solida: la terna vincente di Draghi. Perfetta sulla carta. Ma con quale futuro nel mondo reale, dove il pasticciaccio brutto della crisi dell'euro si complica con il Sud che prova a fare i compiti a casa e il Nord che si rimangia i patti e non riesce a fare altro che stringergli il cappio al collo?

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