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Questo articolo è stato pubblicato il 16 luglio 2012 alle ore 13:14.

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Giorgio Napolitano (Ansa)Giorgio Napolitano (Ansa)

Sulle scelte dei giudici di Palermo relative alle intercettazioni di conversazioni telefoniche del Capo dello Stato connesse alla cosiddetta trattativa tra Stato e criminalità organizzata negli anni delle stragi di mafia del 1992-1993 il Colle vuole vederci chiaro. Soprattutto, vuole capire se sia ipotizzabile una lesione alla prerogative presidenziali anche se, spiega una nota, «riferite a intercettazioni indirette». Per questo, la Presidenza della Repubblica ha attivato oggi la procedura davanti alla Corte costituzionale per valutare il possibile conflitto di attribuzione con la procura palermitana.

L'insegnamento di Einaudi
A rappresentare il Colle nel giudizio davanti ai giudici della Consulta sarà l'Avvocato generale dello Stato. La scelta di chiamare in causa i giudici costituzionali e di sollevare il confitto, spiega ancora la nota presidenziale, deriva dalla convinzione di Napolitano che sia un preciso «dovere del Presidente della Repubblica», secondo l'insegnamento di Luigi Einaudi, di «evitare si pongano, nel suo silenzio o nella inammissibile sua ignoranza dell'occorso, precedenti, grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore immuni da qualsiasi incrinatura le facoltà che la Costituzione gli attribuisce».

Le ragioni del presidente
A spiegare in dettaglio le ragioni e i passaggi che hanno portato il Colle ad attivare il giudizio della Consulta ci pensa il Dpr che affida la questione all'Avvocatura dello Stato, a cominciare dal casus belli: la «captazione» di conversazioni del Presidente della Repubblica nel corso di intercettazioni telefoniche effettuate su di una utenza dell'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino, iscritto nel registro degli indagati della Procura di Palermo con l'ipotesi di falsa testimonianza nell'ambito delle indagini sulla presunta trattativa Stato e mafia.

Dettato costituzionale
Intercettazioni ritenute in un primo momento irrilevanti dal procuratore aggiunto Antonio Ingoia e quindi destinate alla distruzione secondo i termini di legge, ma poi mantenute agli atti per l'ascolto da parte dei difensori delle parti e il successivo giudizio da parte del giudice «ai fini della loro acquisizione ove non manifestamente irrilevanti». Una eventualità che viola, sottolinea ancora il Dpr, l'articolo 90 della Costituzione e l'articolo 7 della legge 219/1989 sui reati ministeriali. Da qui, il rischio di una «menomazione» delle prerogative costituzionali del presidente Napolitano derivante dalla permanenza delle intercettazioni agli atti ed il richiamo alle parole del presidente Luigi Einaudi sul dovere di vigilare sulle possibili «incrinature» alle prorgative stesse, e la decisione di girare la cosa alla Consulta.

La reazione dei giudici
Immediata la reazione delle toghe siciliane alla decisione del Quirinale. Le scelte dei magistrati nell'inchiesta sulla presunta trattativa Stato-mafia, ha spiegato ai giornalisti il procuratore di Palermo Francesco Messineo rispondono «ai principi del diritto penale e della Costituzione», e nelle intercettazioni sotto accusa «non sono state violate le prerogative costituzionali del capo dello Stato». Messineo ha riconosciuto l'esistenza di intercettazioni «occasionali e indirette nei confronti di un soggetto che non può essere intercettato. Si doveva attivare una procedura di autorizzazione solo se le intercettazioni fossero state rilevanti, e non é questo il caso». In linea con lui anche l'aggiunto Ingroia, secondo cui «non ci sono intercettazioni rilevanti nei confronti di persone coperte da immunità», né dunque nei confronti del presidente della Repubblica né dell'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino.

Guardasigilli Severino: scelta corretta
Prende invece posizione in difesa del Colle il Guardasigilli Paola Severino, in questi giorni a Mosca per una visita ufficiale. Per il ministro, la decisione del Quirinale di sollevare un conflitto di attribuzioni è quella giusta: «Il capo dello Stato ha utilizzato il mezzo più corretto». Giusta anche la citazione di Einaudi: «leggo chiaramente lo scopo dell'attivazione di questa procedura, non certo quello di sollevare conflitti politici o polveroni». Severino, che ha affrontato il tema a margine di una conferenza stampa con il collega russo Alexandr Konovalov, ha poi sottolineato come obiettivo del Colle sia «in chiaro i punti di un'interpretazione che potrebbero riguardare non solo l'attuale presidente della Repubblica ma anche la funzione del presidente della Repubblica».

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