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Questo articolo è stato pubblicato il 17 luglio 2012 alle ore 15:34.

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La Regione siciliana marcia con disinvoltura verso il dissesto con un presidente, Raffaele Lombardo, che continua a nominare dirigenti e a proporre rimpasti di giunta quando mancano solo due settimane al 31 luglio (giorno delle sue dimissioni), e con i partiti di maggioranza e d'opposizione già proiettati verso la campagna elettorale mentre la nave imbarca acqua da tutte le parti. Il conto unico di tesoreria è a secco: in cassa qualche giorno fa c'erano 3 milioni soltanto. Il denaro per gli stipendi scarseggia. Le imprese fornitrici sono con l'acqua alla gola perché non vengono pagate.

La fine delle risorse
Le spese sono continuate a crescere nonostante la caduta delle entrate fiscali. La giunta ha un fabbisogno di cassa di 3,7 miliardi e, non potendo contrarre nuovi mutui, non sa dove trovare i soldi. L'assemblea regionale ha approvato con due disegni di legge lo stesso bilancio di previsione che era stato bocciato qualche settimana prima dal commissario dello stato. Il rendiconto al 31 dicembre 2011 presenta un avanzo di gestione fittizio di 8,2 miliardi determinato da una massa di crediti accertati ma non riscossi, e per la maggior parte non esigibili, per 15,7 miliardi (i cosiddetti residui attivi). La legge costituzionale per ridurre a 70 il numero dei deputati regionali, contro gli attuali 90, è ancora all'approvazione del parlamento nazionale.

Il banchetto delle risorse pubbliche è finito, ma nessuno ha il coraggio di tagliare le spese, perché in Sicilia tutti i partiti campano di clientele, indistintamente. La politica dei favori non è né di destra né di sinistra, è sistemica, e la giunta Lombardo, nonostante l'appoggio del Pd, non ha fatto eccezione. Il presidente si dimette e lascia la Regione in mutande giocando allo scaricabarile, nel tentativo di addossare le proprie colpe a chi verrà dopo. Recitando lo stesso copione, Diego Cammarata qualche mese fa ha rassegnato le dimissioni da sindaco di Palermo dopo aver portato il Comune vicino alla bancarotta.

La richiesta di commissariamento
Per gli imprenditori e i sindacati non c'è altro da fare, a questo punto, che commissariare Palazzo dei Normanni. E senza perdere tempo, perché l'isola è una polveriera. Tutte le associazioni datoriali con Confindustria Sicilia in testa, insieme a Cgil, Cisl e Uil, hanno indirizzato una lettera al prefetto di Palermo, Umberto Postiglione, «a fronte dell'aggravamento della drammatica situazione economica, sociale ed occupazionale della Sicilia». Il rappresentante dello Stato attivi subito il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e il premier, Mario Monti, «per sottoporre alla loro attenzione l'urgenza di interventi diretti, mirati e straordinari nei confronti della Regione siciliana». Un evento senza precedenti dall'emanazione dello statuto autonomista (1946).

In allarme anche la Ue
La richiesta d'intervento è motivata da fatti eccezionali: «Dall'insostenibile crisi finanziaria della Regione ancora più evidenziata dall'incertezza legata alla vicenda del bilancio 2012; dall'assenza di strategie e politiche mirate al risanamento; dall'assenza di una efficace programmazione per l'utilizzo dei fondi strutturali e delle poche risorse disponibili per arginare gli effetti della recessione; dalla consapevole preoccupazione che l'attuale classe politica continui a mostrare inadeguatezza e mancanza di responsabilità». Gli imprenditori temono, si legge nel documento, «che il clima pre-elettorale alimenti un ulteriore saccheggio delle nostre risorse pubbliche, portando la Sicilia in una condizione di fragilità maggiore rispetto ad altre Regioni, senza prospettive e in una situazione di oggettivo default».
In allarme anche la Commissione Ue. La direzione generale per la politica regionale ha trasmesso una lettera a Palazzo dei Normanni, imputandole la mancanza di controlli sull'utilizzo dei fondi strutturali.

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