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Questo articolo è stato pubblicato il 24 luglio 2012 alle ore 08:10.

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Secondo la tipica logica italiana del labirinto, si parla di elezioni anticipate e poi si ritorna senza fallo al punto di partenza. Un gioco a somma zero. D'altra parte, se il sistema non fosse alla paralisi, tutto sarebbe meno complicato: anche decidere di cambiare la legge elettorale.

Quel che è sicuro, parlare di elezioni in forma inconcludente è un altro dono fatto ai mercati aggressivi. Sarebbe utile dare una base politica a un governo che ne ha bisogno. Ma ci vorrebbero le idee chiare su quale Italia costruire nella Terza Repubblica. Invece è probabile che ci trascineremo verso l'epilogo della legislatura, all'inizio del 2013, e saranno mesi faticosi, logoranti. Magra consolazione, sapere che lo «spread» alle stelle dipende in buona misura dall'incertezza politica europea, provocata dai ritardi della Germania (e non solo) nel rendere concreti gli impegni del vertice di fine giugno a Bruxelles. Ma non c'è dubbio che un'Italia politica coesa e rilegittimata dalle urne garantirebbe all'esecutivo un mandato più solido e convincente.

Oggi, nella condizione di emergenza che il paese attraversa, le elezioni anticipate in autunno porterebbero quasi inevitabilmente a un altro governo guidato da Mario Monti. Un governo politico, s'intende, con ministri in tutto o in parte espressi dalla nuova maggioranza parlamentare. Sarebbe l'unico modo realistico per muoversi nel solco europeo indispensabile all'Italia. La cosiddetta «agenda Monti» diventerebbe l'inevitabile piattaforma dell'esecutivo. Sullo sfondo potrebbe esserci una «grande coalizione» o forse no: dipenderebbe, è ovvio, dall'esito del voto. Ma avremmo in ogni caso una svolta.

Purtroppo questo scenario è astratto e la realtà invece è assai amara. Il «Financial Times» ha appena esortato il presidente del Consiglio a «dire la verità». Agli italiani, certo, ma in particolare ai partiti politici. Ai quali Monti dovrebbe prospettare la vera sfida che incombe: una probabile manovra aggiuntiva, una serie di riforme assai più incisive di quelle adottate fin qui. E il richiamo alla sostanza del dibattito europeo, dove l'auspicato salto verso l'unione politica è tutt'altro che indolore, perché implica una perdita di sovranità a favore di Bruxelles. Ne sono consapevoli i partiti? A giudicare dal livello della discussione pubblica, non si direbbe.

E qui si ritorna alla casella di partenza. Se le forze politiche – quantomeno la triade Pdl-Pd-Udc che già oggi costituisce la bizzarra non-maggioranza governativa – fossero pronte a garantire la coesione nazionale nella prossima legislatura, avrebbero già scritto da un pezzo la riforma elettorale. Ma questo non è ancora accaduto per un preciso motivo politico: quasi nessuno sa cosa fare dopo e tutti si tengono le mani libere. Procedono con passi di piombo quando la crisi imporrebbe scelte rapide. C'è da attendersi che ragioni di convenienza provochino via via il rinvio della riforma. Come conseguenza, i tempi per votare in autunno scadranno (e non parliamo delle riforme costituzionali da tempo arenate).

Del resto, Pd e centrodestra si controllano a vicenda e nulla lascia intuire che esista un interesse convergente dei maggiori partiti a votare subito. O meglio, il Pd di Bersani questo interesse l'avrebbe, visto che è in testa nei sondaggi. Ma solo se fossero Berlusconi e Alfano a fargli il regalo di provocare lo scioglimento. In mancanza di questo, si torna al piccolo cabotaggio della misteriosa riforma elettorale. Per ora nessun accordo, nessuna prospettiva. Monti avrà pure il dovere di «dire la verità», ma l'impressione è che i partiti non hanno voglia di ascoltarla.

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