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Questo articolo è stato pubblicato il 08 agosto 2012 alle ore 09:00.

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Le polemiche di agosto non hanno mai grande rilievo. Riempiono i giornali per qualche giorno, ma di solito non lasciano strascichi. Sarà così anche stavolta dopo le imprevedibili dichiarazioni, in apparenza al limite della "gaffe", di Monti al "Wall Street Journal".

Non solo perché le frasi sullo "spread" berlusconiano hanno un altro significato se lette nel loro contesto originario, come lo stesso premier ha spiegato al suo predecessore. Ma anche per la buona ragione che le crisi si aprono quando c'è convenienza ad aprirle. E non ci sembra che Berlusconi abbia la minima intenzione di buttare all'aria il governo e accelerare la corsa alle elezioni. Infatti la reazione del Pdl è modesta: un voto contro l'esecutivo, ma si tratta di ordini del giorno insignificanti. Forse un giorno la destra si stancherà, come dice Gasparri, ma quel giorno è lontano: per il momento i voti che contano, come quello sulla revisione della spesa, ci sono tutti.

Eppure questa spiegazione non esaurisce il caso. Difficile credere che siano tutti casuali i messaggi che il premier sta mandando in questo periodo: ai tedeschi l'altro giorno e ora al fronte interno. Ci può essere in questo un po' di stanchezza o di nervosismo. Magari una certa irritazione per le continue messe a punto sullo "spread" che arrivano da destra, volte a sostenere che l'indice è mediamente più alto oggi che ai tempi di Berlusconi (vedi Brunetta). Ma in definitiva vale lo stesso argomento usato sopra: un politico si risente per gli attacchi ricevuti solo quando ha interesse a risentirsi. E Monti ormai è un politico, quale che sia il suo stato d'animo. Allora bisogna leggere in queste sue uscite l'abbozzo di un disegno? Forse sì. Non proprio un piano lucido, ma un sentimento che può assumere presto o tardi la forma di un progetto.

Non c'entrano le elezioni anticipate, come pensa qualcuno, perché l'auto-destabilizzazione non sarebbe certo la strada migliore per arrivarci e poi perché Monti è il primo a sapere che sul tema decide il capo dello Stato. È vero però che il presidente del Consiglio è consapevole di essere oggi il punto di riferimento di un'area europeista (qualcuno la definisce moderata) convinta che non sia possibile deragliare dalla via intrapresa e determinata ad andare avanti sulla strada del risanamento. È un'area che non è rappresentata politicamente come dovrebbe e che in ogni caso sarà determinante negli assetti della futura legislatura.

La credibilità internazionale di Monti è senza dubbio essenziale per dare voce a questo mondo, mentre il vecchio centrodestra post-berlusconiano è un contenitore in ebollizione in cui c'è di tutto: affiorano sentimenti anti-europei e anti-moneta unica, ci si balocca con nostalgie fuori luogo, si ha difficoltà in molti casi a guardare in faccia la realtà. Certo, nel Pdl ci sono anche i "montiani", figure che condividono la strategia di Palazzo Chigi: e si può immaginare che la polemica odierna non li abbia resi felici.
Ma tant'è. Il mondo moderato è in fase di ridefinizione e presto sarà chiamato a dare un contributo al governo politico del paese. Magari in abbinata con il Pd di Bersani, ipotesi al momento più probabile di una "grande coalizione". Del resto servirà coerenza, oltre che coesione, nella nuova legislatura. Monti in questo agosto non sta dando corpo a un movimento politico, però sta accentuando il tono politico della sua presenza sulla scena pubblica.

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