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Questo articolo è stato pubblicato il 25 agosto 2012 alle ore 09:25.

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Quasi nove ore di Consiglio dei ministri sono un piccolo record, che rievoca le interminabili riunioni di governo per approvare le Finanziarie monstre degli anni 80-90. Ieri sul tavolo non c'erano però provvedimenti da approvare, ma solo una discussione tra i ministri sull'agenda d'autunno. Un «seminario sulla crescita», l'aveva definito il presidente del Consiglio. E questo è stato.

Sarebbe fin troppo facile osservare che, soprattutto di questi tempi, da un Consiglio dei ministri ci si aspettano decisioni e non seminari. Ma il Governo dei "professori" ha i suoi rituali, nel bene e nel male. Ciò che conta, ora, è che dalle parole si passi ai fatti con rapidità. Perché la tregua di agosto dei mercati non deve illudere nessuno.
Da qui all'inizio del prossimo anno, quando comincerà la vigilia elettorale, mancano ancora quattro mesi. È uno spazio temporale decisivo per la tenuta dell'Italia. Lo dice lo spread, che resta sempre su livelli di guardia. Lo dicono, soprattutto, i dati sulla produzione, con quel segno meno davanti al Pil che rischia di protrarsi anche per tutto il 2013. Ci sono interi settori industriali a rischio, lavoratori in cassa integrazione, tante piccole e medie aziende che faticano a immaginarsi un futuro.

Perciò i prossimi mesi non vanno sprecati. Perciò devono essere più che mai i mesi della crescita e dell'impresa. Nei fatti, non nelle enunciazioni. Va bene l'agenda digitale annunciata dal ministro Passera per favorire l'informatizzazione del Paese, ma vanno soprattutto rotti gli indugi sulla realizzazione della rete a banda larga su cui si temporeggia ormai da anni.
Benissimo gli incentivi e gli "incubatori" per le start up, ma è soprattuto ora di sbloccare davvero i crediti che le aziende vantano con la Pubblica amministrazione. Ottimo favorire gli investimenti diretti esteri, ma vanno subito attuate le semplificazioni burocratiche che rallentano e scoraggiano gli investimenti di tutte le imprese, non solo quelle straniere.
La relazione con cui Monti ha aperto il Consiglio è andata al cuore del problema: «Il nodo italiano è come creare crescita sostenuta e sostenibile, in un contesto in cui i margini per stimoli espansivi della spesa pubblica sono limitati».

Questo impone al Governo, però, grande concretezza. La legislatura sta terminando. Non servono documenti ricchi di buone intenzioni come quello fatto circolare al termine della riunione dei ministri. Tempi e risorse sono quelli che sono. Vanno allora individuati quattro-cinque provvedimenti, bisogna concentrare su di essi le risorse disponibili e vanno resi subito operativi. Senza perdersi in genericità.
Di banda larga, semplificazioni e pagamenti dello Stato si è detto, ma ci sono due altri interventi che potrebbero costituire un immediato ed efficace volano di sviluppo: la sterilizzazione dell'Iva per favorire la partecipazione dei privati alla costruzione delle infrastrutture e l'estensione del credito di imposta alle imprese che investono in innovazione. Due misure concrete, con effetti certi su produzione e lavoro.

È con questo spirito pragmatico che il governo Monti deve guardare a questo scorcio di legislatura. Senza mai perdere di vista l'equilibrio dei conti, che impone la responsabilità e la fatica di individuare i capitoli da cui recuperare le risorse necessarie a una politica di sviluppo. E quindi: nuovi e mirati tagli alle spese improduttive, dismissioni, riforma delle agevolazioni fiscali (le cosiddette tax expenditure). Non dimenticando che è ancora necessario reperire 6 miliardi per scongiurare l'aumento dell'Iva per l'anno prossimo.
Dall'autunno scorso ad oggi l'Italia ha fatto indubbi passi avanti. Ma tocca ancora a noi, al Governo, alla responsabilità delle forze politiche che lo sostengono, dimostrare che l'Italia è in grado di tirarsi su dalla crisi di questi anni. E la priorità, oggi più che mai, si chiama crescita.
Post scriptum. Tocca a noi, anche perché è sempre più chiaro che non possiamo attenderci la nostra salvezza dall'esterno, come testimoniano gli attacchi cui sono sottoposti, in Germania, coloro che dimostrano di avere a cuore la stabilità finanziaria dell'area euro.

Fino ad arrivare alle accuse comparse ieri sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, per le quali il presidente della Bce, Mario Draghi, starebbe trasformando l'istituto di Francoforte in una «Banca d'Italia messa al servizio delle Casse dello Stato». Pregiudizi e inesattezze, che dimenticano tra l'altro che è da oltre trent'anni che in Italia si è realizzata la separazione totale tra Tesoro e Banca d'Italia, un divorzio voluto tra gli altri da Carlo Azeglio Ciampi e praticato con rigore e orgoglio proprio da Draghi. La responsabilità, è utile ricordarlo, è un bene che in questa fase non dovrebbe riguardare solo i governi e i Parlamenti.

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