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Questo articolo è stato pubblicato il 26 agosto 2012 alle ore 08:13.

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È ancora presto per dire che la riforma elettorale è cosa fatta. Non solo non esiste ancora un testo scritto che, anche solo in forma di bozza, fissi i termini dell'intesa. Ma anche dopo che i partiti della maggioranza si saranno messi d'accordo l'iter parlamentare potrebbe ancora riservare parecchie sorprese. Nella perdurante incertezza i soli punti fermi restano due: il nuovo sistema di voto sarà proporzionale e a premio; deputati e senatori non saranno più scelti solo con le liste bloccate. Su questi due punti l'accordo tra i partiti della maggioranza era già stato raggiunto a luglio e difficilmente sarà modificato. Nonostante le voci di questi giorni non sembra invece che si siano fatti passi avanti concreti sulla definizione dei "dettagli".
Sul premio di governabilità restano aperte due questioni. Quanti seggi in più verranno dati a chi vince? Alla gara per la sua assegnazione potranno partecipare solo i partiti o anche le coalizioni? Ancora non abbiamo una risposta a queste domande che non sono "dettagli" da poco. Quello che si sa è che per il Pd le due questioni sono collegate. Se il premio in seggi va solo al partito deve essere più consistente, vale a dire il 15 per cento. Se va anche alla coalizione può essere più basso, ma non meno del 10 per cento. Il Pdl vuole il premio solo al partito ma non al 15 per cento. Una decisione non è stata ancora presa ma vale la pena di notare che entrambi i due maggiori partiti sono disponibili ad abbandonare quello che è stato uno dei cardini della Seconda Repubblica e cioè il principio che le coalizioni si fanno prima del voto e non dopo.
A partire dal 1994 gli elettori hanno avuto la possibilità di scegliere sia il partito preferito che la maggioranza di governo. Questo accadeva perché il sistema elettorale incentivava i partiti a decidere prima del voto con chi allearsi e quindi con chi governare in caso di vittoria. Nemmeno la riforma del 2005 fortemente voluta da Berlusconi e Casini ha scalfito questo principio. Tra il 1994 e il 2001 sono stati i collegi uninominali maggioritari della legge Mattarella a favorire la formazione delle coalizioni pre-elettorali e quindi ad affidare agli elettori anche la scelta dei governi.
Con la riforma del 2005 la sostituzione dei collegi con un premio di maggioranza che garantiva alla Camera il 54% dei seggi alla coalizione con più voti ha preservato le stesse modalità di funzionamento del sistema. Per vincere il premio, così come in precedenza per vincere i collegi, i partiti si dovevano mettere d'accordo prima. Con la riforma in gestazione potrebbe non essere più così. Il premio resta ma non solo non garantirà più la maggioranza assoluta dei seggi a chi ha più voti ma potrebbe venire assegnato solo al partito più votato e non anche alla coalizione. Quindi non ci saranno più incentivi fastidiosi che spingeranno i partiti a scegliersi gli alleati prima del voto e quindi a correre il rischio di defezioni di elettori delusi. Non ce ne sarà bisogno. Tutto viene rinviato a dopo il voto, alle trattative che si apriranno a urne chiuse e lontano dalle elezioni successive. Dunque la sera delle elezioni si saprà chi ha vinto il premio ma non con chi governerà. Con questo tipo di sistema elettorale, e data l'attuale distribuzione di voti tra i partiti, è un fatto che dopo il voto - chiunque sia il vincitore del premio - si dovrà fare una coalizione per arrivare alla maggioranza. Quale coalizione? Si vedrà.
Questi sono i fatti. E ci dicono che stiamo sostanzialmente tornando al sistema politico della Prima Repubblica senza i partiti della Prima Repubblica. Resta da vedere se un simile sistema favorirà o meno la governabilità del Paese in condizioni economiche e sociali che resteranno difficili anche negli anni futuri. Costruire coalizioni stabili dopo il voto non è affatto detto che sia più facile che farlo prima del voto. Ma su questo forse ci darà una mano l'Europa, così come nel passato ci aveva dato una mano la guerra fredda. La stabilità forse verrà da lì più che dalle nuove regole.
Agli elettori verrà dunque tolta la possibilità di decidere quale maggioranza debba governare il paese ma in cambio gli verrà restituita la scelta dei rappresentanti. Però sul come realizzare questo obiettivo c'è ancora incertezza. Il modello dovrebbe essere un mix - in proporzioni da definire - tra collegi uninominali e liste. Ma i collegi di cui si parla in questi giorni non sono quelli veri, cioè quelli maggioritari, come pensa per esempio Michele Ainis (sul Corriere della Sera di ieri). Se così fosse saremmo di fronte ad un sistema elettorale simile alla legge Mattarella. Non pare proprio che sia così. Ed è un peccato. I collegi con cui si vuole restituire agli elettori la scelta dei candidati sono collegi proporzionali sulla cui natura abbiamo già scritto su queste pagine (Sole 24 Ore dell'1 e del 5 agosto). Sono il male minore ma accanto a questi ci saranno anche le liste. E non si sa ancora se saranno bloccate oppure con voto di preferenza. E anche questo "dettaglio" non è di poco conto. Si sa che la maggioranza del Pd è contraria al voto di preferenza ma a suo favore "tifano" l'Udc e una parte (soprattutto gli ex An) del Pdl.
Insomma, sono ancora troppi i punti oscuri di un accordo che non c'è. Per questo è prudente aspettare prima di dare un giudizio complessivo sull'ennesimo sistema elettorale di questa fase della nostra storia. Sarà il terzo e non è detto che sia l'ultimo.
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TAG: Elezioni, Udc, AN, PDL, Pd

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