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Questo articolo è stato pubblicato il 06 ottobre 2012 alle ore 08:13.

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Una classe politica islamista che approfitta della democrazia di una Primavera araba mal riuscita, per mettere mano alla Costituzione. Ma con l'intento, non di portarla avanti nei tempi, ma bensì di farla tornare indietro di mezzo secolo. Almeno per quanto riguarda le donne: complementari all'uomo e non più uguali per gli islamisti della Tunisia. L'Ikea dal suo catalogo 2013 cancella con un click il volto e la stessa esistenza delle donne, rappresentate nella quotidianità di quattro mura, per accontentare il suo cliente: l'Arabia Saudita. Che le donne, oltre alle quattro mura di casa propria, nemmeno sulle riviste le vuole intravedere.
Sono due esempi di due Paesi dove l'uno è all'estremo dell'altro per storia e cultura, ma sono la prova lampante di quel nervo scoperto che ancora affligge e serpeggia insidiosamente le società islamiche: la subordinazione della donna che si giustifica sotto la parola Islam. Da una parte, nella Tunisia con i nuovi islamisti al potere, con un tono più pacato. Mentre dall'altra - dato che è la regola - la si percepisce più violenta. Ma in tutte e due i casi, quel che viene a galla, è che la donna viene vissuta come un problema, un'esistenza da risolvere.
Ma dalla Tunisia arriva la buona notizia: a forza di manifestare il loro disdegno, le tunisine sono riuscite a far sparire quel subdolo tentativo di cambiare l'articolo 28 della futura Costituzione. Sono riuscite a riportare la loro uguaglianza come diritto, cancellando quella complementarietà all'uomo voluta ovviamente dal partito islamista Annahda, che in pratica, le rendeva inesistenti come individui singoli. La commissione mista dell'Assemblea costituente ha fatto un passo indietro, nel senso che ha sancito l'eguaglianza tra uomo e donna.
Le donne tunisine ce l'hanno quasi fatta, e continuano a stare con le antenne ben sintonizzate, per salvaguardare quei diritti che si sono guadagnati dopo tante lotte. Ma la loro storia non è fatta solo delle loro lotte ma anche del nostro sostegno esterno. Basta vedere, l'eco che ha fatto la notizia sulla complementarietà che ha visto le vie di Parigi e non solo, gremite di manifestanti. Perché l'apertura all'uguaglianza per queste donne che ha una data, il 1956, significò poi quella delle donne algerine e marocchine. Significò l'apertura di uno spiraglio di diritti per quelle donne che ancora sotto un'interpretazione oscurantista dell'Islam si trovano a vivere la metà di quello che le spetta. Della loro sorte e vittoria, non si può purtroppo dire lo stesso per le saudite, seppur sono donne anche loro. Perché il silenzio assordante sulla loro segregazione lo pagano con il prezzo dell'oro nero, e delle leggi del mercato che oltre a cancellare il volto da quei cataloghi a quanto pare hanno cancellato anche la parola diritti umani.
Che la segregazione delle donne non rappresenti una novità nell'Arabia Saudita è risaputo. Ma che questa sia appoggiata se non assecondata in maniera così sfacciata e raccapricciante, sotto quell'ipocrita frase "usi e costumi degli altri" come dimostra il caso Ikea, ci dovrebbe far riflettere oltre che indignare. L'esempio dell'Ikea, è solo uno dei tanti simboli di come internazionalmente si giustifica un'ingiustizia che alla parola donne ne fa di varie categorie. E allora non ci si meravigli seppoi si è arrivati a costruire una città esclusivamente per lavoratrici donne (è il progetto lanciato quest'estate nella località orientale di Hafuf). Se ancora si lotta per poter guidare una macchina. Ma sono illuminanti alcuni dati: quasi il 60% degli studenti universitari del Paese sono donne; circa il 78% dei laureati di sesso femminile nel Paese sono disoccupati. Solo circa il 15% della forza lavoro attuale saudita è di sesso femminile. Numeri che evidenziano una lotta silenziosa e sottotraccia fatta da queste donne sino a diventare così ingombranti da dover costruire una città tutta per loro. Ecco, se non possediamo il giusto coraggio per aiutarle direttamente, perché la realpolitik del petrolio è troppo forte, almeno cerchiamo di avere la decenza e non usiamo le nostre stesse mani per cancellarle.
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