Storia dell'articolo
Chiudi

Questo articolo è stato pubblicato il 19 ottobre 2012 alle ore 09:35.

My24

E' morto così, al'improvviso. Come se lo augurano tutti, soprattutto sei hai avuto una vita piena come la sua. Che a quasi 92 anni (li avrebbe compiuti il 7 dicembre) aveva la freschezza di un trentenne . Pieno di progetti, di voglia di lavorare.

"Non so star fermo, "diceva Fiorenzo Magni con un filo di narcisismo. Pochi giorni fa era stato a Roma alla presentazione di un libro a lui dedicato intitolato "Magni il terzo uomo", scritto dal collega Auro Bulbarelli. "Ho 92 anni tra qualche giorno e me li sento, ma la mente è come 50 anni fa e questo mi dà stimolo per fare un altro libro", disse Magni circondato da vecchi amici, come l'ex ct della Nazionale Alfredo Martini, lo storico meccanico Ernesto Colnago, e tanti altri campioni dello sport.

Era uno che non mollava, Magni. Un duro. Per questo dava filo da torcere a Coppi e Bartali che lo temevano fino a quando una corsa non finiva. Ti scappava via da tutte le parti. Era il terzo, quello pronto a infilarsi nella lotta tra i due giganti. Robusto e precocemente stempiato, una volta si spacca il naso, un'altra la clavicola, un'altra si butta giù come un kamikaze da una discesa pazzesca. Un testamatta, insomma, che al Giro delle Fiandre, con la pioggia o con la neve, lascia nel fango le pellacce nordiche. Un cronista della gazzetta lo chiama il "Leone delle Fiandre" e il gioco è fatto.

"Quel nomignolo me lo diede Ruggiero Radici. La vittoria al Fiandre che ricordo con più soddisfazione è la terza. A venti chilometri dall'arrivo avevo 4 minuti di vantaggio . Ad un certo punto mi si affianca una Peugeot rossa. Dentro c'è Goddet, il patron del Tour che mi dice: bravò, bravò. La gente intorno mi incoraggia anche se sono italiano, e in quegli anni gli italiani, in belgio, non erano visti proprio bene..."
Non ha mai avuto la sindrome del comprimario. Anzi, essere il "Terzo", lo inorgogliva perchè era consapevole che Coppi e Bartali erano due giganti. Li chiamava Quei due.

"Quei due, diciamolo, erano due satanassi. Fuoriclasse assoluti, loro erano più bravi. Io poi pesavo 72 chili quindi dovevo iinventarmi qualcosa. Per crearmi uno spazio mi inserivo quando loro sbagliavano. Mai avuto il complesso del terzo incomodo. Sapevo che per vincere bisognava lottare duramente. Ma questo mi dava ancora più forza".

Era un uomo tutto di un pezzo, Magni. Di quelli che, nel bene e nel male, oggi si è perso lo stampino. Grande volontà, tanti sacrifici, una voglia incredibile di realizzare i suoi progetti: di andare avanti anche quando la strada ti respinge indietro.

E in quell'Italia, che usciva dalla guerra con i vestiti che ballano perché sono tutti magri, Magni è il terzo uomo che con tenacia e forza di volontà esce dalle miseria e dalle ristrettezze.

Magni vince il suo primo Giro d'Italia nel 1948. La gente va a lavorare e a ballare in bicicletta. E solo ipiù ricchi con 98 mila lire possono comprarsi la mitica "Vespa", ma questo è un lusso da sciuri. L'Italia si rimette in moto e la bicicletta è il suo principale strumento di locomozione e di riscatto. Bartali e Coppi sono i due angeli che dividono l'Italia sportiva, ma un terzo posto, nei disegni di Walter Molino sulla Domenica del Corriere è riservato a quel diavolo di Magni.

C'è anche una pagina oscura che riguarda Magni. Dopo la guerra fu accusato d'aver collaborato col regime fascista, di essere un nero. Non erano tempi facili, c'era voglia di vendetta. Magni rischia. E non solo di non poter fare più il ciclista. Lo difende Alfredo Martini, suo amico e compagno di squadra di Coppi. Martini è un toscano come Magni, ma di un'altra bandiera.

"Io ero di sinistra", conferma Martini. E quando dico al giudice che Magni è un uomo perbene, un esempio, una brava persona cui tutti fanno riferimento, mi crede subito. Ma era vero. non erano balle. Magni era di destra, ma era un uomo di parola, mai avrebbe fatto del male a qualcuno..."

Un duro, Magni. Ma anche un tenero. Con i figli, con la moglie Liliana di cui è sempre stato innamoratissimo, con i nipoti con i quali si scioglieva come un budino. Fino a un paio d'anni fa insieme al genero e alla figlia Tiziana, Magni dirigeva una concessionaria d'auto, Più di 40 persone da coordinare. Aveva cominciato nel 1956, il suo ultimo anno di attività. Alle 6 in piedi, alle 8 in ufficio.

"Si, lavorare mi ha sempre fatto bene" diceva Magni fino a poco tempo fa. Ma non mi piace stare sulle panchine ai giardini. Così' mi dedico a tempo pieno al museo del Ciclismo al Ghisallo. E' una mia creatura, e ne sono oroglioso. Poi, cosa volete, con l'età mi sono intenerito: non sono più il duro di una volta. Coi nipoti, quando al sabato ci troviamo nella casa di Monticello Brianza, faccio solo solo quello che vogliono loro. Che stia diventando vecchio?".

Addio Terzo Uomo. Vai in pace. Non sarai solo. Lassù, con quei due, avrai un bel po' di cose da raccontare.

Commenta la notizia

Shopping24

Dai nostri archivi