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Questo articolo è stato pubblicato il 07 novembre 2012 alle ore 07:27.

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Da oggi l'America archivia gli slogan elettorali, la demagogia, il populismo ora dell'uno ora dell'altro candidato e torna alle sfide concrete, ai problemi da risolvere che sono soprattutto di natura economica. Sul tavolo del nuovo presidente americano, infatti, ci sono quattro dossier da cui non si potrà prescindere se si vorrà davvero, come è stato promesso in lungo a in largo per il Paese, rilanciare la crescita interna.

Soprattutto, cosa di cui abbiamo bisogno tutti, sono problemi che dovranno essere risolti o gestiti al più presto se si vorrà rilanciare quella leadership americana che dal punto di vista economico appare oggi indebolita, lacerata da polemiche interne, sotto attacco dalle nuove potenze come la Cina, appesantita dal problema gemello disavanzo-debito che resta sotto la spada di Damocle del "fiscal cliff".
Sono quei meccanismi automatici di tagli simultanei alla spesa pubblica e di aumenti di tasse indiscriminati che costeranno almeno l'1% di crescita a partire dal primo gennaio del 2013.
È questo il problema più urgente. Da domani il nuovo Presidente dovrebbe convocare il Congresso in uscita, per cercare un compromesso sulla falsariga di quello negoziato nell'estate del 2011. Il problema è troppo urgente perché sia rimesso in ostaggio della politica e dell'ideologia. Perché una cosa è certa mentre si fanno i conteggi finali, in Congresso avremo di nuovo la maggioranza repubblicana e al Senato quella democratica.

Le battaglie ideologiche su tasse e spesa pubblica in Parlamento hanno fatto soltanto perdere tempo. Basta con i minuetti inutili. Basta con la farsa della “bancarotta” degli Stati Uniti per il mancato rinnovo del tetto sul debito se non ci sarà un accordo. Una bozza di accordo c'è: un taglio di almeno 4.000 miliardi di dollari al disavanzo pubblico americano che oggi viaggia attorno al 10% del Pil. Il risanamento poggia su tagli alle spese sociali e aumenti delle tasse per i redditi più elevati. Un programma distribuito lungo dieci anni, di impatto limitato che, per giunta, alla fine del percorso porterà il rapporto disavanzo/Pil pur sempre a un livello del 4%. Dopo queste elezioni, dure, laceranti, Washington deve tornare alla responsabilità. Non è possibile chiedere ai grandi alleati industriali di stringere la cinghia in modo draconiano quando a Washington si temporeggia. Non si può continuare a giocare sugli "anelli deboli", per consentire all'America di diventare rifugio di ultima istanza, polo di attrazione per i capitali internazionali a buon mercato. È dalla soluzione di questo primo dossier che deriva la soluzione degli altri.

Il secondo riguarda l'Europa. Di nuovo: inutile perdersi nella retorica che abbiamo ascoltato in campagna elettorale “Europa socialista”, “Europa che frena la nostra crescita” e così via. Dal G20 di Los Cabos in avanti l'Europa ha imboccato la strada della rifondazione che l'America condivide e che semmai vorrebbe vedere avanzare in tempi più rapidi. Pensare a una “freddezza atlantica” oggi non è pensabile. L'intreccio economico, d'affari, rende l'Atlantico un unico grande bacino economico. Gli investimenti diretti reciproci Usa -Ue sono di molte volte superiori a quelli di Cina e Giappone combinati; l'interscambio commerciale è salito a 636 miliardi di dollari nel 2011 con un aumento del 14%, il giro d'affari congiunto nei due blocchi vale 5.000 miliardi di dollari e dà lavoro a 15 milioni di persone. L'economia transatlantica rappresenta il 54% dell'output mondiale e il 40% del potere d'acquisto, la ricerca e sviluppo vale il 65% dell'R&S globale. Se sarà rimosso il 50% delle barriere commerciali, l'interscambio potrebbe aumentare di altri 200 miliardi di dollari. Che la nuova amministrazione dediche cure e attenzioni all'Europa, che la si smetta di usarci come parafulmine di problemi altrui.

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