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Questo articolo è stato pubblicato il 10 novembre 2012 alle ore 10:31.

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Troppo spesso nell'inquinato dibattito sulla crisi italiana politici ed economisti si trasformano in macchiette da spettacolo di varietà. Caricature. Che si affrontano sicure della propria verità: rigoristi, da una parte, sviluppisti, dall'altra. Ci si avvilisce così in uno scontro da cui esce perdente solo la possibilità di dare risposte tempestive alla peggiore recessione dal Dopoguerra.

In realtà tutti sanno, o dovrebbero sapere, che non usciremo da questa crisi se non sapremo tenere insieme crescita e rigore. Non c'è l'una senza l'altro. Soprattutto in Italia, dove la leva fiscale per lo sviluppo è in gran parte compromessa dal debito che tutti conosciamo.
Tenere insieme crescita e rigore significa allora sfruttare ogni risorsa, ogni opportunità individuabile nelle norme, ogni energia riformista per mettere benzina nel motore dell'economia. Non possiamo contare su tesori e tesoretti. Ma proprio per questo non possiamo permetterci di perdere alcuna occasione utile al rilancio e allo sviluppo.
A cominciare dalla rimodulazione della legge di stabilità. Dopo una discutibile impostazione iniziale, il Governo ha compreso l'utilità di destinare le risorse disponibili al taglio del cuneo fiscale. Ora in Parlamento la discussione si sta concentrando su come articolare l'intervento tra le imprese e i lavoratori. Anche qui è bene che il confronto si depuri da ogni impostazione ideologica. Se la priorità è la crescita, si privilegi allora la dislocazione delle risorse più utile a questo scopo.

Lo studio che pubblichiamo a pagina 2, realizzato "a titolo personale" da un dirigente della Ragioneria, mostra con chiarezza che concentrare gli sgravi sulle imprese (in questo caso si ragiona sulle risorse del piano Giavazzi) piuttosto che direttamente sulle famiglie produce un effetto migliore sia sul piano della crescita (+1,46% del Pil contro 1,28%) sia sull'occupazione (+21mila posti). Ci possono essere elaborazioni differenti. Ma è bene tener conto di questi numeri.
Allo stesso modo non si capisce davvero l'accanimento sulla soglia di 500 milioni per poter accedere al credito di imposta sulle opere realizzate con finanziamento privato.

Come ha spiegato ieri sul Sole Giorgio Santilli, in Italia il 99,9% dei bandi di gara riguardano lavori sotto quella soglia.
Difendere quel paletto significa quindi tagliare fuori dal beneficio la stragrande maggioranza delle imprese e delle opere infrastrutturali. Un atto di vero masochismo, anche in considerazione dei dati drammatici del settore evidenziati proprio ieri dal rapporto del Cresme. Un'altra opportunità di crescita, o più realisticamente di contrasto della decrescita, che rischia di essere inspiegabilmente sprecata.

Dare priorità allo sviluppo significa poi dare priorità alla produttività. Anche qui l'ideologia e gli interessi di parte non devono far sprecare occasioni. La trattativa tra le parti sociali ha raggiunto un punto molto vicino all'accordo. L'ultimo documento che le imprese, finalmente unite, stanno mettendo a punto si differenzia per dettagli marginali da quello che la Cgil aveva già sottoscritto il 17 ottobre scorso. Mettere ora nuove pregiudiziali sulla questione della rappresentanza, finora estranee al confronto, significa prendersi la responsabilità di un possibile nulla di fatto su un tema cruciale per lo sviluppo.

E ancora: Basilea 3. La stretta creditizia che sta strangolando le imprese rischia di accentuarsi a causa dell'adeguamento ai nuovi parametri di capitale da parte delle banche. Qui proprio non ci sono vincoli di bilancio. Intervenire si può. Negli Stati Uniti proprio ieri la Fed è corsa ai ripari rinviando l'applicazione di quei requisiti. Cosa aspetta l'Europa a seguirne l'esempio, anche per evitare la pericolosa asimmetria che si verrebbe a determinare?
Quattro esempi di cose che si possono fare. Misure possibili, in grado di dare con pragmatismo una spinta all'economia, senza per questo mettere in discussione la disciplina di bilancio. Magari le rispettive retoriche del rigore e della crescita strappano applausi con maggiore facilità, ma è solo con la serietà delle azioni possibili che potremo tirarci fuori dal tunnel.

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