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Questo articolo è stato pubblicato il 01 dicembre 2012 alle ore 08:11.

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È peggio del previsto. Dai dati Istat di fine estate sembrava che la disoccupazione avesse smesso di aumentare.
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I nvece ha ripreso a salire in modo deciso. Si fa fatica a vedere il punto di svolta. Impressiona, ancora una volta, il dato sui giovani: il loro tasso di disoccupazione è aumentato di quasi sei punti percentuali in un anno. Una crescita spaventosa che ci avvicina pericolosamente alla Spagna. Era inevitabile. A fronte di un livello complessivo dell'occupazione che ristagna da due anni, abbiamo avuto un aumento di quasi mezzo milione di occupati tra i 56 e i 66 anni. Ecco perché i giovani non entrano. Sia chiaro: le riforme delle pensioni fatte in questi anni (quella del governo Monti non ha ancora prodotto effetti) hanno avuto il merito di mettere in ordine i conti dell'Inps. Ma se il sistema economico non mette in campo i meccanismi di aggiustamento (micro e macro economici) necessari per assorbire l'aumento dell'offerta di lavoro (dei lavoratori anziani), questa si trasforma in aumento della disoccupazione (dei giovani).
Il risanamento dei conti pubblici è indispensabile per una crescita stabile e duratura. Ma se non si attivano interventi per riempire i buchi di domanda aggregata che le politiche del rigore fiscale inevitabilmente hanno aperto, le risorse produttive disponibili rimangono inutilizzate. Se lo rimangono a lungo, si rischia di perdere capacità produttiva per sempre, che si tratti di capitale fisico o di capitale umano.
Qualche meccanismo di aggiustamento ha funzionato. Le imprese non si sono ancora liberate della manodopera in eccesso. L'occupazione tiene ancora . Le imprese usano gli ammortizzatori, riducono gli orari, usano lavoro temporaneo, trasformano rapporti di lavoro a tempo pieno in part-time, eccetera.
Non possiamo certo essere contenti che aumenti il part-time involontario (subìto, non scelto dai lavoratori) e che aumenti il cosiddetto precariato. Le indicazioni che provengono dagli organismi internazionali come l'Ocse invitano i Governi ad adottare interventi che attenuino le ricadute della crisi produttiva sul mercato del lavoro. Occorre evitare soprattutto che la disoccupazione da congiunturale si trasformi in strutturale.
Non ci si deve meravigliare che la riforma del lavoro, così com'è concepita, funzioni poco in queste circostanze. La precarietà non si riduce, rischia di aumentare. Occorre evitare medicine peggiori dei mali da curare. È assolutamente deleterio aumentare i costi, monetari e burocratici, della cosiddetta "buona" flessibilità, come quella dei contratti a tempo determinato che, a differenza della "false" partite Iva e delle false collaborazioni, godono di tutte le garanzie di legge e dei contratti collettivi. Ci sono decine di migliaia di questi contratti che attendono conferma, ma difficilmente le imprese lo faranno se vedranno aumentare i costi del lavoro.
Le norme del diritto del lavoro possono fare ben poco se l'economia non crea posti di lavoro aggiuntivi. E se domanda e offerta di lavoro fanno fatica a incontrarsi. Su questo terreno abbiamo un forte arretrato da recuperare. Abbiamo tristi primati in quei settori che riguardano l'"occupabilità" dei giovani, cioè i servizi diretti a sostenere la capacità dei giovani di farsi valere nel mercato del lavoro e rispondere positivamente ai fabbisogni professionali espressi dal mondo produttivo.
I miglioramenti si ottengono con impegno assiduo ed efficace delle autorità di governo e delle parti sociali. È un altro obiettivo indicato dagli organismi internazionali: determinare le condizioni che favoriscono la creazione di tanti e buoni posti di lavoro quando la crisi passerà e e arriverà la ripresa.
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