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Questo articolo è stato pubblicato il 07 dicembre 2012 alle ore 07:49.

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È ancora una volta nelle mani di Giorgio Napolitano, nelle sapienti mani del capo dello Stato, la possibilità di un evolversi non traumatico delle eterne fibrillazioni della politica italiana. Dipenderanno dalla sua regìa gli esiti di questa pre-crisi innescata dal Pdl e, quindi, le chance che la legislatura arrivi con profitto vicino alla sua naturale scadenza.

Non si tratta evidentemente di guadagnare qualche settimana al governo Monti, il cui percorso politico volge ormai al termine. Ma di permettere al Parlamento di concludere il lavoro avviato, portando ad approvazione definitiva riforme e provvedimenti importanti per l'economia e per il Paese.
In queste settimane il Sole 24 Ore ha evidenziato l'ingorgo di fine legislatura che caratterizza i lavori delle Camere. Anche arrivando alla scadenza della legislatura molti interventi non vedrebbero la luce. Far scattare già tra una decina di giorni la tagliola dello scioglimento, come sarebbe necessario per andare a votare a inizio febbraio, significherebbe approvare praticamente la sola legge di stabilità. Forse neppure quella.
Si tratta, dunque, di comprare tempo. Tempo utile per provare a varare la delega fiscale, per esempio, con i suoi interventi in favore di un fisco più amico e meno astruso, di un diritto tributario più certo e di un rapporto meno sbilanciato tra contribuenti e amministrazione fiscale. Tempo utile per "salvare" le norme del disegno di legge sulla semplificazione, che provano almeno a scalfire il moloch di una burocrazia che sembra refrattaria ad ogni innovazione. Tempo utile, infine, per portare a casa un pur deludente decreto sviluppo e la legge elettorale.

Napolitano proverà a spiegare anche questo alle forze politiche negli incontri di oggi. In particolare al Pdl, che sembra preda delle tentazioni revanchiste di un Silvio Berlusconi deciso a provarci ancora una volta. Il capo dello Stato cercherà di concordare un percorso ordinato verso il voto. E cercherà di favorire un'intesa chiara e trasparente tra i partiti sulle priorità da portare avanti in Parlamento. Solo dopo aver messo in sicurezza questo scampolo di stagione riformista, ciascuno sarà libero di avviare la propria campagna elettorale come meglio crede.
Il richiamo a una prova finale di responsabilità, d'altra parte, non può riguardare solo i partiti. Riguarda anche i ministri, soprattutto quelli economici, che farebbero bene in questa fase a concentrarsi sull'urgenza dei loro provvedimenti in Parlamento, piuttosto che distrarsi con la costruzione delle loro future carriere politiche.
Così come una prova ultima di efficienza la deve dare il governo tutto, e in particolare lo stesso Monti nel suo ruolo di indirizzo, nell'approvare quelle norme attuative senza cui troppe riforme resteranno in mezzo al guado. Ad oggi neppure il 25% di quei provvedimenti è stato varato. È vero che decreti legislativi e regolamenti possono essere adottati anche a Camere sciolte, ma è evidente che se non ci sarà anche qui un'accelerazione, sulla base dell'individuazione di chiare priorità, la stagione del riformismo montiano rischierà ulteriormente di restare monca.

È un ultimo miglio, in fondo, quello che manca alla fine della legislatura. Ed è così, con ordine, nella normale responsabilità di ciascuno, che lo si percorre nelle democrazie normali e normalmente funzionanti. All'economia, già allo stremo, di questo Paese tutto serve tranne che dimostrare ancora una volta al mondo l'eccentricità del nostro essere italiani. Sfidando i mercati e mettendo a rischio la credibilità a fatica recuperata.
Più di un interlocutore straniero, ieri, chiedeva il senso di uno strappo proprio in dirittura d'arrivo. E i mercati non hanno aspettato un solo minuto a lanciare i loro segnali di inquietudine, dando una spinta in alto ai tassi di interesse. Chi vuole staccare subito la spina al governo farebbe allora bene a domandarsi: a chi giova una campagna elettorale sotto la dittatura dello spread?

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