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L'Italia salvata e (quella) da salvare

la POLITICA E I MERCATI

L'Italia salvata e (quella) da salvare

Con le annunciate dimissioni del governo Monti la sostanza delle cose non è cambiata di molto. L'unica cosa certa che si è modificata riguarda il tempo della campagna elettorale, si è accorciato, almeno questa per i mercati è una buona notizia. Assistiamo negli ultimi giorni a un cambiamento di linguaggi, di stili, riemerge (decaduto) il vocabolario di una lunga stagione fatta di divisioni più o meno manichee, vecchi e nuovi populismi, che confermano senza scandalo, agli occhi degli investitori esteri, il cliché di una delle tante, ricorrenti crisi italiane. La novità che può sfuggire, ma è un dato di fatto che segna uno spartiacque tra oggi e ieri è un'altra e riguarda gli italiani.

Per la prima volta, dopo tanto tempo, capiscono che non si scherza più, avvertono (pesantemente) il morso della crisi nelle loro case, fanno i conti ogni giorno con le macerie soprattutto nel campo del lavoro (non aiuta la riforma Fornero) determinate dalla crisi finanziaria globale e da decenni di vizio italiano algebricamente sintetizzato nel nostro debito pubblico-monstre. Questa è la (vera) novità che non sfugge nemmeno, a ben vedere, al nostro creditore (il mercato) e che rende noi debitori (primi in Europa, terzi nel mondo) più affidabili nel giudizio degli altri. Oggi non si avvertono per i titoli di Stato italiani i problemi che avevamo un anno fa, i mercati magari fanno un po' di speculazione sul breve ma sanno che possono stare tranquilli: la copertura c'è stata su numeri rilevanti, la sostenibilità del debito non è in discussione, e vi è anche (piena) condivisione che l'elevatezza dei tassi dei titoli pubblici non dipende per intero dai singoli Paesi.

Tutti ormai sono consapevoli che, ogni volta che c'è uno shock, sui mercati entrano in gioco due componenti: il rischio della fine dell'euro e il rischio default dei singoli Paesi. Sul primo punto, sono stati fatti passi avanti significativi: c'è il ponte degli acquisti della Bce (faremo tutto ciò che è necessario, l'euro non salterà) e c'è il cammino ben avviato ma da completare dell'unione economica, monetaria, bancaria e fiscale (approdo finale gli Stati Uniti d'Europa). Sul secondo punto, c'è un lavoro (svolto) dal lato del rigore che consente all'Italia di vantare le migliori performance in termini di rapporto deficit/pil, una buona riforma delle pensioni e una "condizionalità" sulle misure prese dai singoli Paesi che colloca le decisioni all'interno di un quadro più sicuro.

Il fastidio dei mercati e la (giusta) preoccupazione delle famiglie e del mondo della produzione di casa nostra riguarda altro. Prima di tutto, l'evidente difficoltà che ha incontrato lo stesso governo Monti a superare quella resistenza (tutta italiana) che impedisce da sempre di semplificare davvero, riducendo gli oneri per cittadini e imprese, e di ridefinire il perimetro dello Stato in modo da liberare risorse e ridurre i prelievi fiscali e contributivi (abnormi) che continuano a gravare su chi, per fortuna, non rinuncia ostinatamente a inseguire il mondo ideando, innovando e producendo in Italia. Questa è la grande, irrisolta questione italiana che ci impedisce di gioire fino in fondo dell'indiscutibile (per nulla scontato) merito di avere impedito che l'Italia diventasse la nuova Grecia e di averla tirata fuori dalla palude in cui era precipitata dopo la grande turbolenza agostana dell'anno scorso.

Per tale ragione si può dire che abbiamo scampato il pericolo più grande e vanno dunque bandite (inutili) drammatizzazioni sui mercati, ma non per questo (a nessuno) può essere essere consentito di indulgere a personalismi (ancorché comprensibili sul piano umano) per la semplice ragione che la durezza del problema dell'economia reale ci ricorda cocciutamente che non siamo affatto fuori pericolo.
Gli italiani sono cambiati ed esigono realismo e responsabilità. Non tollerano, di certo, lo spettacolo (inqualificabile) offerto dal Parlamento in questi giorni affossando una riforma dietro l'altra.

Siamo certi che non hanno più né lo stato d'animo né la testa per rivivere i copioni delle vecchie campagne elettorali e sapranno fare le scelte (giuste) per impedire che l'incertezza e le divisioni del voto politico complichino ulteriormente un orizzonte già difficile. Il Paese ha bisogno di un governo, con un forte mandato popolare, che sappia ascoltare le ragioni dell'economia reale, incida nel corpo vivo dello Stato inefficiente, non sia insensibile al carico crescente di diseguaglianze, e abbia la forza (politica) di affiancare all'indispensabile rigore le scelte e la visione necessarie per trasformare una sequenza di decisioni in una comunicazione (condivisa) di cambiamento. Non c'è altra via per evitare che la spirale perversa tra (inevitabili) dati negativi e incertezza sul futuro bruci per sempre il capitale della fiducia.