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Questo articolo è stato pubblicato il 27 dicembre 2012 alle ore 06:36.

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ROMA. A meno di due mesi dal voto le convergenze tra i programmi delle forze pronte a "salire in campo" per le politiche di febbraio per ora ricordano quelle «parallele» care ad Aldo Moro. Fatta eccezione per l'introduzione di un vero credito d'imposta alla ricerca e sulla lotta alla burocrazia, l'agenda del premier Mario Monti fa parecchia fatica a incrociarsi con le proposte del Pd e del Pdl. Almeno sulle "dieci idee per il Paese" che il Sole di lunedì 24 dicembre ha individuato come prioritarie.

Su temi cruciali come fisco e lavoro gli obiettivi dei vari schieramenti restano infatti differenti, mentre la riflesssione sulle infrastrutture sembra ancora acerba e sul Sud l'asse è possibile solo tra centro e sinistra. Anche quando, a parole, gli intenti sembrano comuni poi, nei fatti, finiscono per divergere.

In periodo di festività natalizie conviene forse partire dalle note liete. Poche per la verità. La prima riguarda il bonus ricerca; la richiesta di un credito d'imposta vero, automatico e sostanzioso – che le aziende italiane invocano da anni e che questo giornale ha fatto propria non da oggi – incontra il favore di tutti i contendenti. Mettendo insieme le idee di Monti (che lo vuole «strutturale»), del Pd (che pone l'accento sui bisogni delle Pmi) e del Pdl (che con l'ex ministro Renato Brunetta punta a riempire con 3 miliardi l'anno provenienti dai trasferimenti alle imprese il fondo introdotto dalla legge di stabilità 2013) si arriva a un identikit molto vicino a quello disegnato con le segnalazioni del nostro sistema produttivo.
La stessa comunione d'intenti si registra inoltre sulle semplificazioni. Seppure con accenni e sfumature diverse, la lotta alla burocrazia è un impegno che tutti vogliono portare avanti. Qui il rischio è piuttosto quello di non procedere con la dovuta urgenza. E sarebbe forse un errore ripartire - come propone Monti - dalle consultazioni pubbliche che già ci sono state nei mesi scorsi, anziché prendere il Ddl sulle semplificazioni-bis, che si è arenato nelle secche di fine legislatura, e trasformarlo nel primo decreto del nuovo esecutivo.

Le distanze tra le proposte dei partiti cominciano ad aumentare se ci sposta sul fisco. Pur dichiarando che il prelievo su lavoro e impresa è arrivato a livelli insostenibili e che bisogna perseverare nel contrasto all'evasione le ricette per portare avanti queste due battaglie coincidono in pochi punti. Poiché si spazia dalla concezione "Imucentrica" dell'esistenza del Pdl ai propositi di una patrimoniale sui veri ricchi del Pd e alla spinta su una maggiore tracciabilità auspicata da Monti. Per non parlare degli ostacoli che sono stati posti sul cammino della delega fiscale e che sembrano ancora lì.

Lo scenario non muta se ci si sposta sul fronte della riforma del lavoro (su cui si rimanda ad altro articolo in pagina) oppure delle infrastrutture. Di un fisco più amico per i privati che vogliono investire nelle nuove opere e del finanziamento adeguato del piano città nei programmi non c'è traccia. Il premier uscente si limita a promettere uno spostamento di risorse dalla spesa corrente agli investimenti in conto capitale e le altre forze preferiscono tenere un profilo ancora più basso. Forse per non pregiudicare future alleanze con chi non la vede alla stessa maniera.

Lo stesso copione interessa il Mezzogiorno. Che, anche per non pregiudicare un accordo di per sé difficile con la Lega, sembra essere uscito ad esempio dall'orbita del Pdl. Quando il trovarsi alla vigilia della futura programmazione dei fondi Ue 2014-2020 richiederebbe tutt'altra determinazione, presente, per altro, nell'agenda Monti e nel Pd.

In salita appare infine il cammino delle riforme istituzionali. Se ci si limita al superamento del bicameralismo perfetto e alla riduzione del numero dei parlamentari la concordia sembrerebbe esserci. Se però ci si spinge fino ai poteri del premier ecco che i distinguo giungono copiosi. Ma c'è una complicazione in più. Simili modifiche richiedono un'ampia maggioranza che, in tempi di "porcellum", difficilmente uscirà dalle urne. E anche l'idea che dopo le elezioni, almeno su questi temi, le parti depongano le armi e dialoghino rischia di rivelarsi un'illusione. Basta ripensare a quanto accaduto nelle scorse settimane sulle riforme istituzionali e sulla legge elettorale. Con patti, accordi e compromessi che la sera sembravano siglati e l'indomani venivano regolarmente stracciati.
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