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Questo articolo è stato pubblicato il 24 gennaio 2013 alle ore 07:00.

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«Crescere si può, si deve». Poche parole che danno il tono al «Progetto di Confindustria per l'Italia». Un documento compatto che richiederà ulteriori approfondimenti. La tesi è che il rilancio della crescita e dell'occupazione risulta indispensabile ma anche possibile e vantaggioso nel rispetto dei vincoli di finanza pubblica che l'Italia ha adottato in linea con gli accordi europei. In altre parole, come il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi ha sempre sostenuto, non bisogna essere rassegnati alle recessioni e alle stagnazioni (quali conseguenze inevitabili del rigore di bilancio) accettando invece le sfide della concorrenza internazionale.

Ecco perché il quinquennio 2013-2018 dovrà segnare per l'Italia uno svolta che condizionerà il futuro delle nuove generazioni delle quali si preoccupa particolarmente il documento consapevole che qui la crisi sociale è acuta e potrebbe peggiorare.
Il progetto di Confindustria si articola in due tipologie di "azioni": quelle per una terapia d'urto e quelle per le riforme strutturali. Due sono le tavole quantitative su cui l'attenzione andrà concentrata: quella sugli effetti economici delle misure proposte; quella sulle risorse necessarie ovvero sulle coperture finanziarie delle misure stesse.

Non intendiamo qui analizzare in dettaglio le cifre ma piuttosto considerare alcuni elementi portanti del progetto. I macro-obiettivi che lo stesso propone, entro la fine della legislatura, sono un ritorno della crescita del Pil tra il 2% e il 3%, la creazione di 1,8 milioni di posti di lavoro con un tasso di occupazione crescente e un tasso di disoccupazione calante, un forte aumento degli investimenti e della produttività, un notevole aumento dei consumi interni e uno ben più marcato delle esportazioni. In sintesi si prefigura uno scenario di ripresa di tutte le grandezze dell'economia italiana con un netto recupero di competitività della stessa in modo da invertire quel trend di stagnazione al quale si sono sottratte solo le imprese più forti del manifatturiero.

I macro-strumenti per conseguire questi obiettivi sono: un pagamento immediato di 48 miliardi di debiti commerciali che le Pubbliche amministrazioni hanno verso le imprese; una riduzione del costo del lavoro nel manifatturiero e l'eliminazione dell'Irap sul costo del lavoro per tutti i settori; una riduzione del costo dell'energia; sgravi fiscali per ricerca e innovazione; detassazione dei salari di produttività; allungamento di 40 ore di lavoro annue completamente detassate.

In sintesi si punta ad una riduzione della pressione fiscale, sia a favore delle imprese che del lavoro, dal 45,1% del 2013 al 42,1% del 2018. Nel confronto con altri Paesi della Eurozona questo livello di pressione fiscale non è certo basso ma lo è ormai per l'Italia!

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