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Questo articolo è stato pubblicato il 09 febbraio 2013 alle ore 10:34.

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La Scienza non conosce confini e gli scienziati sono cavalieri erranti che vanno nei quattro angoli del mondo per collaborare fra loro. Questo lo pensiamo tutti, o almeno è uno stereotipo positivo ampiamente diffuso, ma entro i confini dell'Unione Europea i dati sembrano raccontare una storia assai diversa e piuttosto preoccupante.

Negli ultimi 15 anni, nonostante gli sforzi e il denaro messo dall'Unione per aumentare le collaborazioni nel campo della scienza e tecnologia, l'integrazione fra scienziati di vari paesi è sostanzialmente rimasta immutata, lo "spazio comune " europeo di Scienza e Ricerca insomma non c'è proprio. Si rimane generalmente a lavorare nel proprio ambiente, professionale e anche geografico, tranne che in qualche caso sporadico di maggior integrazione e mobilità rilevato nelle Fiandre e Olanda.
Un risultato piuttosto deludente quindi, che dimostra, o almeno fa pensare, come anche in questo campo l'Europa sia ancora data dalla "somma" delle realtà locali e non da un positivo rimescolamento del meglio che c'è nel vecchio continente. Eppure dal 1998, con il V programma quadro e poi con il lancio dell'iniziativa ERA, European Research Area, nel 2000 dopo il Consiglio europeo di Lisbona, speranze progetti e denaro non erano mancati.
Lo studio prende in esame un numero enorme di dati sui "prodotti" indicativi della ricerca: circa 2.5 milioni di brevetti e altrettante pubblicazioni su riviste importanti e di ottima reputazione nei vari settori.
"Il team per questo studio comprende statistici, informatici ed economisti, altrimenti non sarebbe possibile affrontare ricerche così vaste e intersettoriali" – ci dice Massimo Riccaboni, professore all'Istituti di Ricerca Imt di Lucca, che ha guidato il lavoro assieme all'altro italiano del gruppo Fabio Pammolli. Una bella applicazione nel campo emergente dei "Big data" quindi, che ha rivelato come le collaborazioni non riescono d andare molto oltre il sistema in cui nascono. Non è semplice capire il perché, probabilmente le azioni dell'UE scalfiscono solo la superficie dei problemi.
"Abbiamo visto come all'integrazione e quindi alla mobilità vera e propria entro l'Europa della ricerca si oppongono questioni anche molto pratiche, come la difficoltà di fare carriera accademica passando da un Paese all'altro, o la variazione continua del sistema assicurativo e pensionistico fra le nazioni" - continua Riccaboni. Insomma non è che professori e scienziati europei pensino alla pensione dalla mattina alla sera, ma certamente l'UE poteva lei pensare che esistono anche problemi e ostacoli da appianare se un ricercatore iniziai in Italia, poi passa in Francia o Germania e via così, come dovrebbe essere in un sistema di scambio efficiente che valorizza ricercatori e occasioni di lavoro.
Certamente quello che apre gli occhi è che in altre situazioni, chiamiamole pure pratiche, dove ci sono interessi comuni forti, ad esempio nel caso USA - Cina, il livello di collaborazione e integrazione
fra scienziati è molto più alta che qui da noi nella UE perché scatta sugli interessi comuni e non sui bandi più o meno burocratici.
"Non sono ancora apprezzabili i risultati delle iniziative, anche importanti più recenti, come l'Istituzione dell'ERC, il Consiglio per le Ricerche Europeo" - conclude Riccaboni . Gli autori ovviamente non fanno acuna osservazione di tipo "politico" , mancherebbe altro, ma certamente a chi legge il lavoro che, per quanto tecnico è chiarissimo, viene in mente che forse anche nella Scienza l'Europa dovrebbe avere il coraggio di lasciar perdere il rigidissimo protocollo per cui tanto da una nazione tanto deve avere indietro, una sorta di manuale Cencelli che aumenta a dismisura anche qui la burocrazia e non premia i migliori e l'innovazione, ma appunto il bollo postale del Paese da cui è arrivata la proposta di finanziamento alla tale ricerca. Un sistema che uccide la fantasia e l'intraprendenza
C'è bisogno di cambiare radicalmente, propongono gli autori, con un sistema di valutazione basato sulla produzione e sul suo impatto. Uno studio prezioso che sembra dirci, con l'obiettività di milioni di dati, che se si vuole costruire l'Europa, almeno quella della Ricerca, bisogna agire sul serio, stimolando la collaborazione su progetti concreti e d'interesse comune e rimuovendo ostacoli burocratici, altrimenti sembra proprio siano parole al vento. E soldi buttati.

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