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Questo articolo è stato pubblicato il 20 febbraio 2013 alle ore 07:09.

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N on meraviglia che Oscar Giannino paghi le conseguenze politiche e personali del suo errore, da lui stesso definito «grave». È inevitabile, visto che il movimento "Fermare il Declino" ha fatto della trasparenza e della sincerità la sua bandiera, peraltro in un'Italia dove tale intenzione suscita spesso ironie e sorrisi di commiserazione. Sfortunatamente vale anche in questo caso il detto che recita: «Il puro trova sempre uno più puro che lo epura».

Tuttavia non si sfugge all'impressione che esista un'eccessiva sproporzione fra l'infortunio del falso "master" in economia a Chicago e la realtà di una figura stravagante finché si vuole, ma capace di portare un soffio di novità nello stagno della politica italiana: specie in quel perimetro che si definisce liberal-democratico, ma che quasi sempre usurpa l'aggettivo.

«Date un matto ai liberali» scriveva Mario Ferrara all'inizio degli anni Cinquanta sul "Mondo" di Pannunzio. Reclamava un personaggio in grado di dare una scossa all'universo nobile ma statico del liberalismo italiano. Giannino, si potrebbe dire, ha provato a incarnare quel tipo ideale: idee concrete, spirito combattivo, parole brusche, nessuna soggezione, capacità comunicativa non comune.

Certo, la storia del "master" non può essere sottovalutata, si tratta di un episodio sconcertante; ma la domanda è: basta questo a distruggere una proposta politica capace di far circolare parecchia aria fresca nelle stanze chiuse dei palazzi romani? Quei palazzi che Grillo sta assediando dall'esterno con esiti, a quanto pare, piuttosto clamorosi. Mentre Giannino ha svolto fino a ieri una funzione diversa: ha lavorato dall'interno e ha sfidato i suoi avversari sul terreno scomodo dei fatti e delle possibili soluzioni.

Al di là dei passi falsi del personaggio, sulle cui ragioni potrà pronunciarsi uno psicologo, resta la necessità di non disperdere il patrimonio di idee che Giannino ha saputo immettere in una delle più brutte campagne elettorali degli ultimi anni. Idee che anche altre forze politiche avrebbero il dovere di far proprie, così da non ridurre l'esperienza di "Fermare il Declino" a mera testimonianza.

Quanto agli interrogativi su dove finiranno adesso i voti di Giannino, non c'è una risposta. In primo luogo perché il simbolo resta sulle schede e anche il personaggio Giannino non svanisce, quale che sia oggi la decisione del suo mini-partito. Pochi o tanti che siano, quei voti tenderanno a restare in casa, qualcuno persino con maggiore determinazione. Gli altri, i delusi, finiranno altrove, ma difficilmente scivoleranno dalle parti di Berlusconi.

Negli ultimi tempi la lista di Giannino si era distinta per la forte ostilità all'asse Pdl-Lega («voglio far perdere Maroni in Lombardia»). Chi ha aderito a questa impostazione, ora non ha motivo di appoggiare il centrodestra, specie dopo il trattamento che i giornali di quell'area hanno riservato al leader caduto. Scivoleranno via: qualcuno verso Grillo, altri verso Monti o Bersani. Impossibile sapere in quale proporzione.

Sta di fatto che ancora una volta il tentativo di "dare un matto ai liberali" si è rivelato troppo complicato nell'Italia delle corporazioni e talvolta delle sette politiche diffidenti verso gli «outsider». Specie quando sono imprevedibili fin dal modo di vestire.

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