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Questo articolo è stato pubblicato il 18 marzo 2013 alle ore 15:13.

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(Corbis)(Corbis)

L'Unione Europea, spesso criticata di scarso decisionismo sulle questioni comunitarie, quando decide spesso lo fa in maniera contorta per cercare di non scontentare nessuno. Con il risultato che a subire le conseguenze negative sono proprio i cittadini, che si mira a tutelare. Senza smuovere questioni di portata finanziaria, è il caso ad esempio della decisione presa in materia di etichette da apporre agli abiti.

La babele delle etichette
In un mondo come la moda che si fa sempre più globalizzato non è raro di trovarsi a fare i conti con le indicazioni sul prodotto scritte in 10 o 15 lingue. Insomma, più che indicazioni di sintesi sui prodotti, si tratta quasi di un libretto d'opera. E la situazione rischia di peggiorare ulteriormente dal prossimo anno, quando entrerà a regime la Direttiva n.1007/2011 che impone indicazioni chiare per tutti i vestiti destinati al mercato dell'Eurozona. L'obiettivo è nobile: garantire la trasparenza sull'origine dei prodotti e la loro lavorazione, combattere la contraffazione e favorire la chiarezza limitando le abbreviazioni. L'art.16 entra ancor più nei dettagli stabilendo che "l'etichettatura o il contrassegno devono essere redatti nella lingua o nelle lingue ufficiali dello Stato membro sul cui territorio i prodotti tessili sono messi a disposizione del consumatore". Il risultato è che un produttore globale potrebbe arrivare al punto di tradurre le indicazioni inserite nell'etichetta anche in 23 lingue diverse.

Risolve un problema, ne crea altri
Il desiderio di aumentare la trasparenza verso i consumatori rischia dunque di complicare le loro vite. Un italiano che vuole conoscere le indicazioni di lavaggio di un capo di abbigliamento rischia di confondersi tra le scritte in inglese, francese, estone, svedese e così via. Senza trascurare il fatto che già oggi l'etichettatura crea non pochi problemi quando si indossa una maglia o una camicia, soprattutto a chi deve fare i conti con le allergie. La soluzione? Probabilmente l'unica plausibile resta quella suggerita dal gruppo Facebook con quasi 13mila iscritti "Tagliare le etichette dei vestiti che fanno venire il prurito", ma attenzione all'operazione, spesso si rischia scucire i capi.

Un corso per interpretare la direttiva
Se il fastidio può essere comprensibile per i consumatori, l'obbligo della direttiva può diventare un incubo per i produttori. A questo alcuni uffici delle Camere di Commercio nei distretti ad alta densità tessile, hanno messo a disposizione uno sportello ad hoc per fornire informazioni e assistenza a distributori e commercianti. (L.B.)

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