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Questo articolo è stato pubblicato il 25 marzo 2013 alle ore 06:38.

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La crisi del mercato immobiliare e dell'edilizia non ferma le tasse sul mattone, che quest'anno sono destinate a sfiorare la soglia storica dei 57 miliardi di euro. Come se lo Stato e i Comuni prelevassero 800 euro da ognuno dei 67 milioni di immobili censiti dal catasto: case, negozi, uffici, magazzini e capannoni.
La media di 800 euro è una semplificazione – perché il totale delle imposte include anche i tributi sulle compravendite e sugli affitti –, ma rende bene l'idea delle dimensioni in gioco. Un paio d'anni fa, per intenderci, il dato medio era poco superiore ai 600 euro.
Gli importi sono stati ricostruiti dal Sole 24 Ore partendo dalle relazioni tecniche alle manovre di finanza pubblica e correggendo le stime alla luce delle entrate tributarie registrate dalle Finanze fino a gennaio di quest'anno.

I riflessi della crisi
Nonostante il crollo delle compravendite e delle nuove costruzioni, i rincari fiscali varati negli ultimi due anni hanno fatto salire di oltre 14 miliardi la tassazione complessiva. Di fatto, l'Imu ha ampiamente controbilanciato il calo dell'Iva e delle imposte di registro e ipocatastali sulle transazioni. D'altra parte, l'imposta sugli immobili ha garantito 23,7 miliardi di gettito nel 2012 proprio perché si applica su una base "figurativa", slegata dal valore reale degli immobili e dal reddito dei proprietari. Ma sulla stima della pressione fiscale nel 2103 – al 3,6% del Pil – pesano anche altri interventi fiscali nuovi di zecca. A partire dalla Tares su rifiuti e servizi, che da quest'anno comporterà un rincaro di almeno un miliardo rispetto alla Tarsu e alla Tia. Un altro aumento recente è il taglio dal 15 al 5% della deduzione forfettaria sugli affitti, previsto dalla riforma Fornero del mercato del lavoro e scattato lo scorso 1° gennaio. L'esatto impatto fiscale dipenderà dal numero di proprietari che sceglieranno la cedolare secca sugli affitti – dato che la tassa piatta evita l'aumento –, ma il rincaro sarà comunque superiore ai 500 milioni di euro. Anche perché la cedolare può essere scelta solo dai privati che affittano case ad altri privati.
Dal 1° luglio di quest'anno è poi in calendario il ritocco dell'Iva dal 21 al 22 per cento. Rincaro che potrebbe compensare almeno per una cinquantina di milioni il calo di gettito sulle compravendite, anche se la correzione non intacca l'aliquota ridotta del 10% per i lavori in edilizia, né quella del 4% sulle compravendite di prime case.

La distribuzione del prelievo
Nel mix delle imposte sul mattone è facile intuire come il rincaro maggiore sia quello dei tributi sul possesso, nel passaggio dall'Ici all'Imu. Ma è interessante notare l'andamento del prelievo sugli affitti: dopo l'alleggerimento nel 2011 con il debutto della cedolare secca, la pressione fiscale è tornata a salire. E l'aumento in proporzione è ancora più evidente se si considera che l'Imu assorbe l'Irpef sulle case sfitte.
Il rischio concreto è che la tassazione immobiliare finisca per aggravare la spirale recessiva dell'economia italiana, spingendo verso altri asset i potenziali investitori e sottraendo alle famiglie risorse da destinare ai consumi. E questo vale anche per gli inquilini, che potrebbero vedersi addossata una parte delle nuove tasse.
I margini per un'alleggerimento della pressione fiscale, però, sembrano stretti. Per azzerare l'Imu sull'abitazione principale servono 4 miliardi di euro. Ma servirebbe anche un intervento sulle locazioni a canone concordato, almeno per non penalizzare le famiglie di inquilini a basso reddito, e una correzione del prelievo sugli immobili produttivi, per non costringere i Comuni ad alzare al massimo l'aliquota Imu. E già questa lista ristretta pare andare ben oltre le attuali disponibilità di bilancio.
cristiano.delloste@ilsole24ore.com
twitter@c_delloste

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