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Questo articolo è stato pubblicato il 25 marzo 2013 alle ore 14:18.

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G. John IkenberryG. John Ikenberry

«Il presidente Barack Obama ha una visione realistica di quanto oggi si possa ottenere o non ottenere nel processo di pace fra Israele e i palestinesi. Ma all'inizio del suo secondo mandato è giocoforza per lui – forse più in termini morali che politici – tentare di nuovo». La missione di Obama in Medio Oriente, da poco conclusa, è stata il primo tema dell'intervista al Sole 24 Ore.com di G. John Ikenberry, docente a Princeton, e in precedenza all'università della Pennsylvania e alla Georgetown di Washington, in questi giorni a Milano come "visiting professor" presso l'Alta scuola di economia e relazioni internazionali (Aseri) dell'Università Cattolica.

Ikenberry, politologo "liberal" di grande esperienza, è autore di vari saggi e di libri come «After the Victory» (2001), pubblicato in italiano dalle edizioni Vita e Pensiero («Dopo la vittoria»), e «Liberal Order and Imperial Ambition» uscito nel 2006 e tradotto ancora da Vita e Pensiero con il titolo «Il dilemma dell'egemone – Gli Stati Uniti tra ordine liberale e tentazione imperiale». Il suo ultimo libro «Liberal Leviathan: The Origins, Crisis, and Transformation of the American System» è uscito nel 2011 per i tipi della Princeton University Press. Dagli scritti di Ikenberry si evince la tesi che una nazione egemone – come l'America dopo la vittoria in una "major war" (la fine della Seconda guerra mondiale nel 1945 oppure la caduta del Muro di Berlino nel 1989) – può gestire meglio il suo potere in un contesto di regole democratiche condivise, accettando il ruolo delle istituzioni internazionali e l'interdipendenza economica.

Sia negli Stati Uniti che in Israele il viaggio di Obama è stato accompagnato da non poco scetticismo, anche per la diffidenza esistente tra il presidente Usa e il premier Benjamin Netanyahu, acuita dalla vicenda del nucleare iraniano, con la Casa Bianca che svolge un ruolo di freno per evitare che Israele agisca unilateralmente attaccando l'Iran. Dopo la conclusione della visita, gran parte della stampa americana ha invece lodato Obama come buon mediatore, abile nel rassicurare Israele sul fronte della sicurezza e capace di far rappacificare Gerusalemme e Ankara, con la telefonata di scuse di Netanyahu a Erdogan. In Giordania Obama ha cercato di rafforzare i legami con il Paese che oggi - dopo l'esito della Primavera araba in Egitto - è forse diventato il principale alleato arabo degli Stati Uniti nella regione. Un alleato che però ha bisogno del sostegno finanziario americano, anche per fronteggiare l'emergenza dei profughi che fuggono dalla guerra civile in Siria. In cambio Obama ha chiesto a re Abdallah una accelerazione sul fronte delle riforme e della democrazia. Per evitare - fra l'altro - che anche la Giordania sia travolta dall'insurrezione popolare, finendo in mani ostili all'America.

Obama all'Università di Gerusalemme si è rivolto soprattutto alle nuove generazioni, che sono – o dovrebbero essere - più disponibili a lasciarsi alle spalle i conflitti del passato. In Medio Oriente è rimasto il segretario di Stato John Kerry: riuscirà a far ripartire il negoziato di pace?
Il premier israeliano Netanyahu, che ha vinto di misura le elezioni in gennaio e guida un governo più moderato, sembra più aperto verso la soluzione dei "due Stati" e disponibile a riconsiderare la politica degli insediamenti ebraici. Un nuovo stop al processo negoziale provocherebbe invece una lenta erosione del sistema democratico in Israele, che si ritroverebbe ancora più isolato sul piano internazionale per l'occupazione dei Territori palestinesi. Un po' come il Sud Africa al tempo dell'apartheid. Sia Israele che i palestinesi avrebbero necessità di un accordo di pace: gli Stati Uniti ne sono parte in causa, ma Obama non ha molto spazio di manovra. Speriamo che ci voglia comunque mettere la faccia.

Professor Ikenberry, sono passati dieci anni dall'attacco Usa all'Iraq di Saddam Hussein, voluto da George Bush jr. In quella guerra sono caduti quasi 4.500 americani. Dalla fine del 2011 Obama ha ritirato i soldati dall'Iraq ed entro l'anno prossimo Usa e Nato hanno già annunciato il ritiro delle truppe combattenti anche dall'Afganistan. Nel suo ultimo saggio "Lean Forward-In Defense of American Engagement", uscito su "Foreign Affairs" di gennaio-febbraio, lei scrive che sarebbe sbagliato un ripiegamento su se stessi degli Stati Uniti, pur considerando che ci sono le priorità dell'economia. Qual è la sua opinione?
Io ero un oppositore della guerra in Iraq: è stata un fallimento politico, strategico e morale. Ma non penso che un impegno globale degli Stati Uniti debba portare all'impero o alla guerra. La mia è piuttosto la visione di un'America attiva nel creare regole, alleanze, istituzioni, per rafforzare la capacità collettiva del mondo a risolvere i problemi. Cresce invece tra gli americani l'opinione che l'impegno globale sia troppo costoso e che inevitabilmente conduca a un pericoloso interventismo. Ma c'è una via di mezzo. Gli Stati Uniti hanno un ruolo essenziale nella realizzazione di un ordine internazionale aperto e basato sulle regole del diritto.

Passando all'Estremo Oriente, come vede il futuro delle relazioni degli Stati Uniti con la Cina a guida Xi Jinping e con il Giappone del premier conservatore Shinzo Abe?
Washington dovrebbe guardare al cambiamento di leadership a Pechino e a Tokyo come a un'opportunità nelle relazioni internazionali. Ma la Cina deve rendersi conto che non ha ancora percorso la via della "crescita pacifica": se la nuova dirigenza cinese non darà prova di moderazione in politica estera, in Estremo Oriente e nel Sud-Est asiatico troverà meno Paesi amici. Il Giappone deve invece dare una risposta a questa domanda: vuole essere una nazione leader nella regione e contribuire all'evoluzione della nuova Asia? La politica di Obama è valida: aumentare l'impegno dell'America insieme con i suoi alleati e cercare intese per un assetto regionale ordinato. Gli Stati Uniti vogliono coinvolgere Pechino in un armonico concerto internazionale, ma formando in Asia anche un contrappeso alla Cina come potenza emergente.

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