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Questo articolo è stato pubblicato il 04 aprile 2013 alle ore 06:41.

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«La lotta alla corruzione non è una moda, una campagna di PR o il tentativo di distrarre l'opinione pubblica da altri problemi. È una lunga guerra». Serghej Ivanov, ex collega di Vladimir Putin ai servizi segreti e oggi capo dell'amministrazione del Cremlino che a malapena nasconde l'ambizione di succedere al presidente, martedì scorso ha illustrato il contenuto di due decreti con cui Putin ha dato i ritocchi finali alla sua ultima crociata, contro corruzione e fuga di capitali. La parola d'ordine, aveva anticipato nel discorso sullo Stato dell'Unione pronunciato nel dicembre scorso, è "de-offshorizzazione".
Trasformare cioè in patrioti i businessmen e i funzionari pubblici abituati a nascondere ricchezze all'estero, a partire da Cipro, privando del proprio contributo economia e fisco nazionali. L'obiettivo di Putin è riportare a casa le risorse di compagnie e privati cittadini russi nascoste nei paradisi fiscali in giro per il mondo, decine di miliardi di dollari in fuga ogni anno dalle insidie del quadro normativo e politico nazionale, in cerca di regimi fiscali meno invadenti. Il Cremlino ha deciso che questo deve finire, a partire dai servitori dello Stato. Da oggi, ha chiarito Serghej Ivanov, i burocrati russi avranno tre mesi di tempo per denunciare entro il 1° luglio conti bancari all'estero, titoli e proprietà immobiliari nonché origini dei finanziamenti. Le nuove regole valgono per chiunque abbia un incarico ricevuto dal presidente o dal governo: dirigenti di compagnie pubbliche compresi i giganti come Gazprom e Rosneft, funzionari dello Stato, giudici e avvocati, ministri e membri del board della Banca centrale.
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