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Questo articolo è stato pubblicato il 07 aprile 2013 alle ore 19:47.

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Xi Jinping e Kim JongXi Jinping e Kim Jong

La Cina non vuole problemi in casa, non approva le minacce della Corea del Nord, storico alleato di cui sostiene la dittatura sia dal punto di vista diplomatico che finanziario; chiede così agli Stati Uniti di rinviare i test missilistici per abbassare la tensione fra le due Coree. È da settimane che il Nord, guidato da Kim Jong-Un, intensifica le minacce agli Usa e all'alleato Corea del Sud in risposta alle sanzioni imposte dall'Onu dopo il terzo test atomico di Pyongyang in febbraio.

La rabbia di Pyongyang è apparentemente ricondotta dalle esercitazioni congiunte americane e sudcoreane. Ma molti analisti sostengono che non vi sarà nessun conflitto ma solo la volontà di estorcere concessioni a una comunità internazionale innervosita dalle mosse del giovane Kim, dalle richieste di Pyongyang di evacuare le ambasciate, dalle notizie di spostamento di truppe al confine con Sud.

Quello che sembra più chiaro adesso è che i nuovi leader cinesi sono irritati con Pyongyang per le continue minacce di una guerra atomica. Il neopresidente cinese Xi Jinping, in un incontro nell'isola di Hainan, non ha nominato chiaramente la Corea del Nord ma ha detto che «a nessun Paese dovrebbe essere permesso di gettare una regione e il mondo intero nel caos per un tornaconto personale».

Considerando i modi in cui si muove la Cina, è una sconfessione in piena regola in un momento in cui Pechino deve affrontare sfide interne importanti come le richieste del ceto medio insofferente alla corruzione dei funzionari locali, lo stop del boom economico, la richiesta di un miglioramento delle condizioni di vita, in primis un maggior controllo dell'ambiente devastato dalla crescita economica.

Ecco dunque che la prima preoccupazione di Pechino è la stabilità dell'Asia, minacciata dalla Corea del Nord isolata e impoverita, da un leader giovane e inesperto e da un regime in cui non si capiscono i rapporti di forza fra i vertici militari. Xi Jinping, che come prima mossa è andato in Africa a tutelare gli interessi economici del suo paese, ora dice che l'Asia «deve affrontare grandi sfide». La diplomazia cinese guidata da Wang Yi ha espresso simile precoccupazione in una dichiarazione di ieri dopo una telefonata con il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon. «Noi siamo contro le provocazioni verbali e nei fatti che vengono da qualsiasi parte della regione e non permettiamo che nessuno crei problemi davanti alla porta di casa della Cina» ha detto Wang.

Stessa preoccupazione del primo ministro australiano Julia Gillard, che sempre allo stesso incontro ad Hainan dove c'è anche Xi, dice che evitare il conflitto nella regione è vitale - l'Australia è uno dei palcoscenici su cui Obama ha mostrato i muscoli mandando truppe di marines per contenere le mire cinesi. I britannici hanno invece un'altra linea: non prendere sotto gamba i nord coreani, lo ha detto ieri il premier Cameron, lo ribadisce oggi il ministro degli Esteri William Hague che amminisce: prendere seriamente le ambizioni nordcoreane mentre la Svizzera, paese in cui ha studiato il terzogenito del caro leader ora al comando del regime comunista, si offre di mediare. (An. Man.)


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