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Questo articolo è stato pubblicato il 10 aprile 2013 alle ore 06:41.

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Liquidità in eccesso e sistema economico più volatile: anche la Cina deve arrendersi alla dura legge delle agenzie di rating e subire il declassamento del suo debito pubblico. La bocciatura è arrivata ieri da Fitch, che ha abbassato il giudizio sull'esposizione in yuan da AA- ad A+. Confermato ad A+ invece il debito in valuta estera.
Secondo l'agenzia, il processo di trasformazione del modello di sviluppo cinese, dalla tradizionale architettura costruita su investimenti ed export a una basata sui consumi interni, sarà accidentato ed esporrà l'economia al rischio volatilità.
Più preoccupante ancora la stabilità del sistema finanziario. Il Governo, infatti, non è riuscito a mettere le redini all'eccesso di liquidità alimentata da un sistema ombra e parallelo alle banche, che alla fine del 2012 ha portato la massa del credito concesso a famiglie e imprese al 198% del Pil, dal 125% del 2008 (i prestiti erogati delle banche, alla fine dello scorso anno, erano fermi al 135,7% del Pil). Tre anni di sforzi messi in campo da Pechino per frenare questa bolla, introducendo paletti sempre più rigidi sulle attività delle banche e sul mercato immobiliare, non hanno sortito gli effetti sperati. L'anno scorso, i finanziamenti al settore economico sono aumentati del 23% e nei 12 mesi fino allo scorso febbraio, continua Fitch, solo il 55% dei nuovi prestiti sono passati attraverso il canale formale delle banche, in netto calo rispetto al 76% del 2009.
Il sistema ombra, sottolinea Wei Yao, di Société Générale, è uno dei «punti più deboli» dell'economia cinese, soprattutto se fossero confermati i sospetti di saldatura con i debiti dei Governi locali, che continuano a loro volta a crescere. Secondo, l'agenzia, alla fine del 2012 valevano il 25% del Pil, contro il 23,4% del 2011. Al di là dell'aumento dello stock, quel che inquieta è l'opacità delle finanze locali. Anche in questo caso, Pechino ha da tempo varato una serie di contromisure, senza il successo sperato. Il debito pubblico complessivo cinese resta comunque basso, al 49,2% del Pil.
Con la decisione di ieri, Fitch ha portato il giudizio sul debito in yuan allo stesso livello di quello espresso sul debito in valuta estera e un grado sotto il rating di Moody's e Standard & Poor's.
Le difficoltà dell'economia cinese hanno trovato conferma, proprio ieri, anche da un report dell'Asean development bank (Adb), contenuto nell'Outlook 2013. L'aumento dei salari minaccia la competitività e spinge le multinazionali a spostarsi in Paesi dove il costo del lavoro è ancora più basso o che sono più vicini al mercato statunitense. L'importo degli stipendi in Cina è più che triplicato negli ultimi dieci anni e se è vero che l'aumento del potere d'acquisto dei lavoratori fa parte del progetto di trasformazione del modello economico inseguito dal regime, è anche certo che se non sarà accompagnato da un aumento della produttività, l'economia perderà competitività e potenziale di crescita. Oggi, la produttività del lavoro in Cina staziona ancora al 10% dei livelli registrati negli Stati Uniti e al 20% di quelli della Corea del Sud.
Adb prevede comunque per la Cina una crescita del Pil dell'8,2% per quest'anno, in accelerazione dal 7,8% dell'anno scorso.
Una buona notizia arriva dall'inflazione, che a marzo si è fermata al 2,1%, ben al di sotto del 3,2% di febbraio. Il raffreddamento dei prezzi lascia alla Banca centrale maggiori margini di manovra per difendere la stabilità finanziaria del Paese e per sostenere la crescita dell'economia.
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